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AMOC – Monitoraggio scientifico

agosto 17, 2026

La deriva della Corrente del Golfo come possibile «indicatore precoce»

Gli aggiornamenti precedenti hanno offerto diverse evidenze indipendenti dell’indebolimento della circolazione termoalina atlantica, lasciando aperta la questione dell’eventuale raggiungimento di una soglia critica e del possibile collasso dell’AMOC.

Un nuovo elemento merita ora particolare attenzione: la variazione del percorso della Corrente del Golfo presso Capo Hatteras.

Come sappiamo, la Corrente del Golfo costituisce il ramo superficiale e diretto verso nord-est dell’AMOC e si separa dal margine continentale presso Capo Hatteras, proseguendo quindi nell’Atlantico aperto.

Un lavoro di René M. van Westen e Henk A. Dijkstra, pubblicato su Communications Earth & Environment il 26 febbraio 2026, ha studiato il rapporto tra la forza dell’AMOC e la dinamica della Corrente del Golfo mediante una simulazione oceanica ad alta risoluzione (risoluzione orizzontale di 0,1°).

Il risultato è particolarmente interessante: con l’indebolimento dell’AMOC, presso Capo Hatteras il percorso della Corrente del Golfo tende progressivamente a traslare verso nord.

In questo processo si distinguono due fasi:

  • Prima fase, deriva graduale – Durante il progressivo indebolimento dell’AMOC, il modello simula uno spostamento verso nord di circa 133 km dell’asse della Corrente del Golfo presso 71,5°W, in prossimità di Capo Hatteras. Questa tendenza trova un riscontro nelle osservazioni: l’altimetria satellitare mostra uno spostamento statisticamente significativo verso nord nel periodo 1993–2024, confermato dalle osservazioni della temperatura subsuperficiale disponibili dal 1965.
  • Seconda fase, spostamento rapido – Nella simulazione la deriva graduale è seguita da un improvviso spostamento verso nord di circa 219 km in soli due anni, accompagnato localmente da un aumento della temperatura dei primi 250 m della colonna oceanica di circa 6,5 °C. Questo rapido cambiamento precede di circa 25 anni l’inizio del collasso simulato dell’AMOC.

È opportuno sottolineare che non si tratta di un cambiamento della direzione della corrente. La Corrente del Golfo continua a fluire verso nord-est; ciò che cambia è la posizione del suo asse, cioè il percorso medio seguito dalla corrente nell’Atlantico occidentale.

La figura che segue mostra appunto la costanza della direzione del flusso e lo slittamento del suo asse verso nord; i valori quantitativi riportati si riferiscono alla simulazione e non costituiscono una misura dello spostamento già avvenuto nella realtà.

Perché l’indebolimento dell’AMOC sposta la Corrente del Golfo?

Il meccanismo individuato dallo studio coinvolge il ramo profondo dell’AMOC, in particolare la Deep Western Boundary Current (DWBC), che scorre verso sud lungo il margine occidentale dell’Atlantico.

Nel modello, la riduzione della DWBC modifica il bilancio di vorticità presso il punto di interazione con la Corrente del Golfo; in particolare, diminuirebbe il bottom vortex stretching, ossia lo stiramento della vorticità associato al flusso profondo lungo il pendio continentale. Ciò favorirebbe lo spostamento verso nord del percorso della Corrente del Golfo. Gli autori sottolineano che, nella loro configurazione modellistica, il contributo dell’Ekman pumping rimane costante.

In termini più semplici,

indebolimento dell’AMOCindebolimento della DWBCmodificazione del bilancio dinamico profondo presso il margine occidentalespostamento verso nord dell’asse della Corrente del Golfo

Dalla variazione simulata all’osservazione

Il valore del risultato non dipende soltanto dalla simulazione.

Gli autori confrontano infatti il comportamento del modello con osservazioni disponibili: l’altimetria satellitare mostra una tendenza statisticamente significativa allo spostamento verso nord della Corrente del Golfo presso Capo Hatteras nel periodo 1993–2024, mentre le osservazioni della temperatura subsuperficiale nel periodo 1965–2024 forniscono una conferma indipendente della stessa tendenza. Lo spostamento osservato è un indicatore indiretto. La sua importanza sta nel fatto che il modello stabilisce una relazione fisica tra indebolimento dell’AMOC e variazione del percorso della Corrente del Golfo e mostra che una variazione rapida del percorso può precedere di alcuni decenni il collasso simulato.

Gli stessi autori, tuttavia, precisano che l’intervallo di circa 25 anni dipende dalla configurazione del modello, dalla batimetria e dalle condizioni di forcing.

Il termine early warning indica un segnale d’allarme precoce: una variazione osservabile di una componente del sistema può fornire informazioni sullo stato dinamico della circolazione atlantica profonda. In questo senso il percorso della Corrente del Golfo può diventare una sorta di indicatore diagnostico precoce dell’evoluzione dell’AMOC, perché una modificazione osservabile della sua traiettoria può contenere informazioni sullo stato della circolazione profonda che sarebbe difficile ottenere osservando direttamente l’intero sistema.

Da oltre mezzo secolo la comunità scientifica produce avvertimenti sui rischi associati alle modificazioni del sistema climatico. Al di là del problema di fondo che tocca la criticità del modello di sviluppo globale e della sua revisione, una volta assodato che il problema esiste e deve essere risolto su scala globale, la questione che rimane subito dopo è capire di quali segnali fisici osservabili disponiamo per riconoscere, con sufficiente anticipo, l’avvicinamento di un sistema complesso a una transizione critica.

Lo spostamento verso nord dell’asse della Corrente del Golfo presso Capo Hatteras, osservato negli ultimi decenni e riprodotto nella simulazione come conseguenza dell’indebolimento dell’AMOC, aggiunge un possibile indicatore precoce alla rete di osservazioni già esistente.

La stabilità dell’AMOC dipende anche dalla velocità del cambiamento

Un secondo lavoro, di van Westen, Börner e Dijkstra, affronta un problema ancora più generale: la possibilità che la stabilità dell’AMOC non dipenda da una singola temperatura globale alla quale sarebbe destinata a collassare, ma anche dalla velocità con cui il sistema climatico è forzato.

Lo studio, accettato per la pubblicazione su Nature Climate Change il 17 luglio 2026, mostra attraverso simulazioni con il modello CESM e confronti con modelli CMIP6 che un aumento molto lento della CO₂ consente all’AMOC di adattarsi progressivamente e di rimanere stabile fino ad almeno +5,5°C di riscaldamento globale. Con forcing più rapidi, invece, il sistema può perdere la capacità di seguire il proprio stato stabile e collassare anche a livelli di riscaldamento molto inferiori.

Il risultato introduce quindi una forte dipendenza dal percorso seguito dal sistema: non conta soltanto quanto cambia il clima, ma anche quanto rapidamente cambia.

Questa conclusione mette in discussione l’idea di una singola soglia di temperatura valida in ogni condizione. La stabilità dell’AMOC dipende infatti anche dalla capacità del sistema oceanico di adattare contemporaneamente le proprie caratteristiche superficiali e profonde alle modificazioni imposte dal forcing.

E se l’AMOC collassasse?

Un terzo studio, di Da Nian, Matteo Willeit, Nico Wunderling, Andrey Ganopolski e Johan Rockström, pubblicato su Communications Earth & Environment il 27 marzo 2026, esamina invece le conseguenze di un eventuale collasso dell’AMOC sul ciclo globale del carbonio.

Le simulazioni effettuate con il modello CLIMBER-X mostrano che il collasso produrrebbe inizialmente un raffreddamento globale dovuto alla perdita del trasporto oceanico di calore. La risposta del ciclo del carbonio, tuttavia, potrebbe successivamente modificare questo bilancio: la riorganizzazione della circolazione favorirebbe una forte convezione nell’Oceano Meridionale, portando in superficie acque profonde ricche di carbonio e aumentando il rilascio di CO₂ nell’atmosfera.

Nei diversi esperimenti, riferiti a condizioni di fondo comprese fra 350 e 600 ppm di CO₂, il collasso simulato determina un aumento atmosferico di circa 47–83 ppm e un riscaldamento globale aggiuntivo dell’ordine di 0,2 °C, dopo il bilanciamento del raffreddamento prodotto dalla dinamica oceanica. Le risposte regionali sono molto più ampie: il modello simula un raffreddamento dell’Artico di circa 7 °C e un riscaldamento dell’Antartide di circa 6 °C.

Si tratta di esperimenti idealizzati di lungo periodo, non di una previsione della traiettoria climatica attuale. Il loro interesse è soprattutto fisico: mostrano che un eventuale collasso dell’AMOC potrebbe modificare anche il ciclo globale del carbonio, introducendo una retroazione capace di aggiungere ulteriore riscaldamento.

Riepilogo

Gli aggiornamenti precedenti avevano già evidenziato diversi segnali: rallentamento osservato dell’AMOC, revisioni delle proiezioni modellistiche, variazioni della salinità superficiale e modificazioni della circolazione atmosferica europea e mediterranea.

Ora si aggiungono tre elementi che riguardano livelli diversi dello stesso sistema.

  • La Corrente del Golfo offre un possibile indicatore osservabile dell’evoluzione della circolazione profonda.
  • La dipendenza dal tasso di forcing mostra che la stabilità dell’AMOC dipende anche dalla rapidità con cui il sistema è perturbato.
  • Le simulazioni sul ciclo del carbonio mostrano infine che un eventuale collasso potrebbe a sua volta modificare il bilancio globale del carbonio e quindi il riscaldamento globale.

Il quadro che emerge è quello di un sistema fortemente interconnesso: una variazione nella circolazione profonda può modificare la posizione di una corrente superficiale; la rapidità del cambiamento può influenzare la capacità del sistema di adattarsi; una transizione della circolazione può infine produrre nuove modificazioni del bilancio energetico e del ciclo del carbonio, incrementando il tasso di riscaldamento globale.

Non è necessario attribuire ogni anomalia climatica all’AMOC per riconoscere che i suoi cambiamenti possono propagarsi attraverso il sistema climatico.

Bibliografia

Abrupt Gulf Stream path changes are a precursor to a collapse of the Atlantic Meridional Overturning Circulation; van Westen, R. M. & Dijkstra, H. A.; Communications Earth & Environment, 7, 197. DOI 10.1038/s43247-026-03309-1, 26 febbraio 2026.

Collapse of the Atlantic meridional overturning circulation would lead to substantial oceanic carbon release and additional global warming; Nian, D., Willeit, M., Wunderling, N., Ganopolski, A. & Rockström, J.; Communications Earth & Environment, 7, 295. DOI 10.1038/s43247-026-03427-w, 27 marzo 2026.

Failure to track a stable AMOC state under rapid climate change; van Westen, R. M., Börner, R. & Dijkstra, H. A. (2026); Nature Climate Change, accettato il 17 luglio 2026.

Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (6/6)

agosto 11, 2026

Riepilogo e conclusioni

A questo punto possiamo tornare all’inizio e osservare il percorso nel suo insieme.

L’Italia nella quale Roma nacque non era uno spazio vuoto. Era un mosaico di popolazioni italiche, comunità latine, Sabini, Etruschi e Greci su un territorio attraversato da migrazioni, commerci, conflitti e scambi culturali.

Gli Etruschi vi occupavano una posizione particolare. La loro civiltà urbana, sviluppatasi nell’ambito della cultura villanoviana e in intenso rapporto con il Mediterraneo, raggiunse fra VIII e VI secolo a.e.v. un livello di organizzazione economica, artistica e politica assai elevato. Non erano un popolo pacifico estraneo all’espansione territoriale: commerciarono, colonizzarono, combatterono e ampliarono la propria influenza nell’Italia settentrionale e in Campania. La battaglia di Alalia (metà ca del VI sec. a.e.v.) contro i pirati focesi mostra quanto fossero pronti a difendere militarmente i propri interessi marittimi.

La loro cultura presenta inoltre caratteristiche sociali che colpirono profondamente gli osservatori greci e romani, fra le quali una visibilità sociale delle donne molto maggiore di quella consentita in molte società contemporanee. Parlare di «matriarcato» sarebbe però eccessivo: la documentazione mostra una società nella quale le donne delle élite godevano di una presenza pubblica insolita, non una società governata dalle donne.

Anche la vecchia alternativa fra «Etruschi autoctoni» ed «Etruschi immigrati dalla Lidia» appare oggi semplicistica. La formazione della civiltà etrusca avvenne in Italia, a partire dalle comunità dell’Età del Ferro, dentro una rete di contatti mediterranei che contribuì profondamente al suo sviluppo. Le tradizioni antiche sull’origine orientale restano importanti come testimonianze culturali, non come cronaca di una migrazione di massa dimostrata.
In questo scenario, il basso Tevere costituiva contemporaneamente un confine e una cerniera. Le aree basse erano esposte alle inondazioni e presentavano condizioni ambientali difficili; i colli offrivano invece siti abitabili e difendibili, ma proprio ai loro piedi passavano il fiume, il sale, il bestiame, gli uomini e le merci.

I primi abitanti dei colli non avevano bisogno di conoscere il futuro per comprendere il valore di quella posizione.

La Tradizione li trasformò in Romolo e Remo, nei compagni del fondatore e negli uomini dell’Asylum. Il ratto delle Sabine spiegò narrativamente l’incontro, conflittuale e poi integrativo, con le comunità vicine. La successione dei Re organizzò in 7 figure secoli di trasformazioni politiche, religiose e sociali.

La lista tradizionale — Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo — contiene probabilmente elementi storici, ma non può essere letta come una cronologia amministrativa. 7 Re in circa due secoli producono regni mediamente molto lunghi; le fonti stesse raccontano successioni violente, congiure e interregni. È quindi ragionevole ritenere che la sequenza tradizionale abbia ordinato e semplificato una realtà politica probabilmente assai più complessa.

Romolo, in particolare, appartiene largamente alla dimensione leggendaria. La sua figura concentra la fondazione, la guerra, l’espansione e l’organizzazione iniziale della comunità; ma proprio questa concentrazione consente anche una lettura diversa. Romolo potrebbe non rappresentare necessariamente un unico fondatore e primo legislatore, bensì la personificazione di una fase: il lungo processo attraverso il quale nuclei distinti di popolazione si aggregarono, delimitarono uno spazio comune, si diedero un’autorità e cominciarono a riconoscersi come una sola comunità. La Tradizione avrebbe così condensato in un uomo e nel gesto simbolico di una fondazione  un’evoluzione che la realtà potrebbe aver compiuto nell’arco di più generazioni.

Diverso, almeno in parte, è il caso di Numa Pompilio. Non possediamo prove indipendenti che consentano di riconoscere con certezza nel secondo Re della Tradizione un personaggio storico; dietro la sua figura si intravede tuttavia un processo reale di organizzazione religiosa e istituzionale della Roma arcaica. Numa concentra la pace, la religione e la regolamentazione della vita civile: la Tradizione potrebbe aver raccolto nella figura del sovrano sabino la memoria di una progressiva organizzazione sacerdotale, religiosa e politica della comunità ormai costituita.

Con Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo emerge invece con maggiore evidenza la fase etrusca della città. Non una parentesi estranea alla storia romana, ma uno dei momenti nei quali Roma diventò Roma.

Nel 509 a.e.v., qualunque sia stata la realtà dietro la data tradizionale, quella fase si concluse e ne iniziò un’altra.

Il punto d’arrivo

Se la ricostruzione proposta in queste pagine ha qualche valore, il tratto più interessante delle origini di Roma non è dunque la nobiltà dei suoi antenati; è quasi il contrario: Roma potrebbe essere cresciuta proprio perché, all’inizio, non apparteneva interamente a nessuno. Era abbastanza latina da comunicare con il Lazio, abbastanza vicina ai Sabini da assorbirne uomini e istituzioni, abbastanza importante per gli Etruschi da entrare nella loro sfera politica e culturale, abbastanza aperta al Mediterraneo da ricevere merci, tecniche e racconti provenienti da molto più lontano.

La sua debolezza originaria — l’eterogeneità — poté trasformarsi in una forza, ma nulla obbligava tutto questo ad accadere.

Un guado leggermente meno favorevole, una diversa direttrice commerciale, un equilibrio politico più stabile nei Colli Albani, un diverso rapporto con le città etrusche, una comunità incapace di integrare nuovi arrivati: ciascuna di queste variabili avrebbe potuto produrre una storia differente.

Roma non nacque perché il futuro Impero dovesse nascere. Essa nacque dall’incontro di cause e concause indipendenti: geografia, commercio, migrazioni, marginalità sociale, conflitti, alleanze, assimilazioni culturali e decisioni individuali delle quali quasi tutto è ormai perduto, senza lasciare fuori dal quadro la grande cesura del Collasso dell’Età del Bronzo, che contribuì a trasformare profondamente gli equilibri demografici, economici e politici del Mediterraneo nei secoli precedenti.

La Leggenda chiamò tutto questo Fato. Noi possiamo chiamarlo Storia; ma anche disponendo oggi di Archeologia, Genetica, Linguistica, Climatologia e capacità di calcolo impensabili per gli Antichi, difficilmente potremmo risolvere retrospettivamente quell’equazione a un numero enorme di variabili; tanto meno avremmo potuto prevederne il risultato mentre quelle variabili stavano agendo.

Per questo la metafora di Botany Bay non vuole sostituire una leggenda con un’altra, ma vuole soltanto suggerire che dietro la Roma dei mitici discendenti di Enea, dei figli di Marte e di una Lupa potrebbe esserci stata una realtà molto meno nobile e proprio per questo, forse, molto più interessante ed umana: una comunità di frontiera nata in un luogo difficile, cresciuta assorbendo ciò che le stava intorno e costretta fin dall’inizio a trasformare la diversità in appartenenza.

Da quella comunità non doveva necessariamente nascere un Impero; eppure nacque.
Forse è proprio questa la parte più straordinaria della Leggenda di Roma: non ciò che gli Dèi avrebbero stabilito in anticipo, ma un Evento che nessuno, in quelle circostanze, avrebbe potuto prevedere.

Fine della sesta parte .. e della storia

Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (5/6)

agosto 9, 2026

Roma, Parte seconda

Oggi la ricerca storica e archeologica ci restituisce un quadro della nascita di Roma che conserva intatta la propria suggestione anche senza chiedere alla Leggenda di trasformarsi in cronaca.

La storiografia moderna non cerca semplicemente la verità nel mito, ma cerca di comprendere la realtà storica anche attraverso il mito. Capire come e perché i Romani costruirono il proprio racconto delle origini serve a comprendere la loro memoria e la loro identità; lo scavo archeologico, la linguistica e lo studio delle istituzioni cercano invece di ricostruirne, per quanto possibile, la realtà materiale.

Il ricorrere nelle tradizioni romane di elementi troiani, greci e più genericamente orientali non dimostra che Enea sia realmente approdato nel Lazio; mostra però quanto profondi fossero i rapporti culturali del Lazio arcaico con il Mediterraneo e quanto importante divenisse, nella costruzione della memoria romana, collegare le proprie origini a quel mondo. Il mito deforma, combina e interpreta: proprio per questo può conservare tracce del contesto nel quale nacque.

Il dualismo dei gemelli

Anche il mito di Romolo e Remo può essere letto come il riflesso simbolico di una realtà plurale. Roma non nacque da una popolazione omogenea: Latini, Sabini e, successivamente, Etruschi parteciparono in forme diverse alla formazione della città.

Sarebbe però eccessivo identificare direttamente Romolo con il Palatino latino e Remo con una comunità sabina del Quirinale. Il racconto dei due gemelli può piuttosto esprimere, sul piano mitico, il problema dell’unificazione di comunità differenti e della necessità di una leadership unica.

La morte di Remo appartiene inoltre a un tema molto più ampio: il sangue versato nel momento in cui nasce un nuovo ordine. Il confronto con altri racconti di fondazione o di sacrificio, fra archetipi narrativi arcaici di tradizioni indipendenti, dal mondo mediterraneo a quello biblico, è suggestivo.

Nel caso romano il messaggio è comunque terribile e chiarissimo: una volta tracciato il confine sacro della città, violarlo significa mettere in discussione l’ordine appena costituito; perciò, Remo muore, Romolo resta l’autorità fondativa.

Il ratto delle Sabine

La stessa cautela vale per il celebre ratto delle Sabine.

La Tradizione racconta che la nuova comunità romana fosse ricca di uomini ma priva di donne e che i popoli vicini rifiutassero i connubia, cioè matrimoni riconosciuti fra le rispettive comunità. Il rapimento avrebbe risolto con la violenza ciò che non era stato ottenuto mediante accordi.

Non possiamo trasformare questo episodio nella cronaca di un rapimento collettivo realmente avvenuto. Esso conserva però due dati significativi: la memoria romana spiegava l’integrazione fra gruppi differenti attraverso il problema dei matrimoni intercomunitari e faceva delle donne sabine il tramite attraverso il quale due comunità nemiche diventavano infine una sola e, in secondo luogo, che quella era una necessità vitale per la comunità dei colli tiberini.

Il racconto, quindi, potrebbe conservare il ricordo di processi essenziali di fusione fra gruppi latini e sabini, espressi dalla Leggenda nella forma drammatica del rapimento, della guerra e della successiva riconciliazione.

I Re etruschi

Con i Re etruschi il terreno diventa più solido, anche se la Tradizione continua a mescolarsi alla Storia.

La serie dei 7 Re di Roma è una costruzione tarda e non possiamo considerare sicure né la successione né le durate attribuite a ciascun regno. Sette perché nella cultura romana e mediterranea antica il 7 era il numero della compiutezza e della perfezione, 7 perché la durata media derivante per ciascun Re era considerata compatibile con l’arco di tempo da coprire. In tutto ciò, la presenza di un’importante componente etrusca nella Roma del VI secolo a.e.v. è difficilmente contestabile.

Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo rappresentano, nella tradizione, la fase durante la quale Roma entrò pienamente nell’orizzonte urbano dell’Italia centrale.

È in questo periodo che la città si monumentalizza, che l’area del Foro è sistemata e drenata, che sorgono grandi edifici religiosi e che Roma assume caratteristiche proprie delle maggiori città etrusche e latine.

Non sappiamo se ciò debba essere descritto come una conquista etrusca, come l’affermazione di dinastie aristocratiche provenienti dall’Etruria o come il risultato di lotte fra gruppi di potere in una città già profondamente multietnica. Sappiamo però che l’influenza politica e culturale etrusca fu determinante.

La stessa figura di Servio Tullio lo mostra in modo straordinario. La tradizione romana ne faceva un personaggio legato alla casa di Tarquinio Prisco; una tradizione etrusca, conosciuta anche dall’imperatore Claudio, lo identificava invece con Mastarna, compagno di Celio Vibenna. Gli affreschi della Tomba François di Vulci mostrano personaggi appartenenti a questo ciclo di lotte, compreso un Cneve Tarchunies Rumach (Gneo Tarquinio di Roma).

Non possediamo dunque la cronaca di una conquista militare di Roma da parte di Mastarna. Possediamo qualcosa di forse più interessante: la memoria, romana ed etrusca, di un VI secolo segnato da conflitti fra aristocrazie e condottieri che attraversavano confini assai meno rigidi di quelli che la storiografia successiva avrebbe immaginato.
Anche la fine della monarchia nel 509 a.e.v. appartiene a questo terreno incerto. La Tradizione la trasformò nella cacciata del tiranno Tarquinio il Superbo e nella nascita della Repubblica. È probabile che dietro il racconto vi sia una crisi politica molto più complessa, nella quale ebbero parte anche gli equilibri fra Roma e le potenze etrusche. La vicenda di Porsenna, immediatamente successiva alla proclamazione della Repubblica, dimostra, quanto meno, che quei rapporti non si interruppero improvvisamente.

In tutto ciò, resta una domanda: perché Latini, Sabini ed Etruschi avrebbero dovuto interessarsi tanto a insediamenti sorti accanto a un fiume soggetto a inondazioni, circondato nelle zone basse da terreni paludosi e certamente meno salubre dei colli circostanti? Perché proprio lì?

La risposta potrebbe trovarsi nella geografia economica.

Il luogo nel quale sorse Roma era uno dei punti strategici più importanti del basso Tevere. Presso l’Isola Tiberina l’attraversamento del fiume era relativamente agevole; lì convergevano itinerari che collegavano l’Etruria al Lazio e alla Campania e il litorale tirrenico all’interno sabino. Lungo quelle vie viaggiava una merce indispensabile: il sale.

L’oro bianco e il passaggio del Tevere

Alla foce del Tevere esistevano saline sfruttate fin dall’antichità. Il sale era essenziale per la conservazione degli alimenti, per l’allevamento e per numerose attività quotidiane; il suo trasporto verso l’interno dell’Appennino contribuì a dare il nome alla Via Salaria.
Il valore del sito romano, all’incontro fra il fiume, il guado e le vie commerciali, risultava quindi strategico.

Il Foro Boario, presso il Tevere, divenne molto presto un’area di scambio; il Palatino e il Campidoglio dominavano dall’alto il passaggio. In seguito, il Ponte Sublicio, il più antico ponte romano ricordato dalla tradizione, rese stabile il collegamento fra le due rive.

Non abbiamo elementi per attribuire con sicurezza la costruzione del Ponte Sublicio agli Etruschi, né per immaginare un vero «casello autostradale» dell’antichità, ma l’immagine rende intuitivo un dato fondamentale: chi controllava quel passaggio occupava una posizione privilegiata nei traffici fra Nord e Sud e fra costa e interno.
A questo punto il luogo apparentemente inospitale cambia completamente aspetto; la palude non era il motivo per stabilirsi lì, ma era il prezzo da pagare per controllare il passaggio.

Una «Botany Bay» dell’VIII secolo a.e.v.?

Ed eccoci finalmente a quel «per qualche ragione» che ci accompagna da alcune pagine.

La tradizione romana conserva un particolare sorprendente: secondo Livio e Plutarco, Romolo avrebbe aperto un asylum, un luogo di rifugio nel quale potevano trovare accoglienza persone provenienti dalle comunità circostanti. Plutarco parla esplicitamente di fuggiaschi e ricorda schiavi, debitori e uomini ricercati; la città, secondo il racconto, cresce accogliendo individui che altrove non avrebbero facilmente trovato posto. È una tradizione tarda e non dimostra che Roma sia nata come colonia penale, ma è difficile non accorgersi di quanto bene il concetto di rifugio per uomini emarginati si inserisca nel quadro che abbiamo ricostruito.

Abbiamo un luogo economicamente prezioso ma materialmente difficile; un passaggio necessario fra mondi diversi; piccoli insediamenti di popolazione eterogenea; una tradizione che insiste sulla scarsità di donne e sui connubia negati; un’altra che ricorda l’accoglienza di fuggiaschi e reietti; e questa è l’idea che ha mosso questo lavoro, non una Botany Bay in senso letterale, nessuna potenza dell’VIII secolo a.e.v. deportò nel Lazio migliaia di condannati come la Gran Bretagna avrebbe fatto in Australia più di duemila anni dopo, ma forse qualcosa di socialmente analogo: una periferia di frontiera nella quale potevano confluire fuoriusciti, individui senza terra, debitori, fuggiaschi, avventurieri, pastori e uomini che per ragioni diverse avevano lasciato — o erano stati costretti a lasciare — le comunità d’origine.

Non sappiamo se provenissero prevalentemente da Albalonga; non sappiamo se fossero davvero quasi tutti uomini; non sappiamo se l’Asylum conservi il ricordo di un’istituzione delle origini oppure sia una spiegazione costruita in seguito. Possiamo però formulare una domanda storicamente legittima: che cosa accade quando una popolazione marginale si stabilisce proprio nel luogo che altri, più potenti e organizzati, hanno interesse a mantenere aperto e funzionante?

Forse gli Etruschi non crearono Roma e certamente non possiamo dire che utilizzassero quei primi abitanti come guardiani del ponte. Ma il loro interesse per il collegamento con il Lazio e la Campania rendeva prezioso il controllo dell’area tiberina; nello stesso tempo, la posizione offriva possibilità economiche a chi vi abitava.

Un insediamento marginale poteva così diventare un emporio.

L’emporio poteva diventare città e la città, assorbendo continuamente uomini, tecniche, culti e istituzioni dalle popolazioni circostanti, poteva sviluppare proprio nella propria origine composita una capacità straordinaria di integrazione.

Questa è la nostra «Botany Bay»: non una risposta dimostrata, ma un modello interpretativo capace di collegare alcuni indizi che la Leggenda, l’Archeologia e la Geografia ci hanno lasciato.

Fine della quinta parte

Nella prossima: Riepilogo e conclusioni

AMOC – Monitoraggio scientifico

agosto 9, 2026

Aggiornamento n. 1 – 2026, 6 agosto

Come riferimento della serie di articoli dedicata all’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), pubblicata su questo blog tra il 13 e il 22 luglio 2026, segue un sommario dei risultati più recenti pubblicati nella letteratura scientifica.

Fermo restando il quadro generale delineato negli articoli già usciti, è opportuno segnalare alcune ricerche che rafforzano le evidenze osservative e contribuiscono ad affinare le proiezioni sull’evoluzione della circolazione termoalina atlantica.

Ecco le principali:

  • Science Advances (aprile 2026) ha pubblicato uno studio che integra nuovi vincoli osservativi nelle proiezioni climatiche. I risultati suggeriscono che alcuni modelli CMIP6 potrebbero aver sottostimato l’entità del futuro rallentamento dell’AMOC. Nello scenario analizzato, l’indebolimento medio stimato raggiunge il 51 ± 8% entro la fine del secolo, rispetto a circa il 32% indicato mediamente dai modelli climatici finora utilizzati.
  • Un secondo studio pubblicato sempre su Science Advances (aprile 2026) utilizza misure dirette provenienti da quattro reti osservative distribuite tra 16,5°N e 42,5°N, evidenziando un declino coerente del trasporto profondo nell’arco degli ultimi due decenni. Pur non rappresentando una misura diretta dell’intera AMOC, costituisce una nuova e importante conferma indipendente del rallentamento già indicato da altre osservazioni.
  • Uno studio pubblicato su Nature Communications (maggio 2026) mostra che il rallentamento dell’AMOC non determina soltanto una diminuzione della circolazione media, ma anche un marcato aumento della variabilità della salinità superficiale nell’Atlantico settentrionale. Secondo gli autori, tale variabilità potrebbe persistere anche qualora il riscaldamento globale fosse successivamente mitigato, perché la circolazione oceanica recupera i propri equilibri in tempi molto lunghi.
  • Esistono inoltre evidenze scientifiche che collegano l’indebolimento dell’AMOC a modificazioni della circolazione atmosferica in grado di influenzare il clima europeo e mediterraneo.
    • Uno studio dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR, pubblicato su Environmental Research Letters nel gennaio 2025, mostra che la riduzione dell’AMOC diminuisce il gradiente meridionale della temperatura alle alte latitudini dell’emisfero settentrionale, rallentando il jet stream estivo e favorendo un aumento dei blocchi atmosferici sugli Urali. Questi ultimi sono associati a condizioni persistenti di riscaldamento e contribuiscono all’aumento della frequenza delle ondate di calore nell’Europa orientale.
    • Un secondo studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) nel 2022, mostrava inoltre che una persistente riduzione dell’AMOC può ostacolare il recupero del clima mediterraneo anche in presenza di una significativa e rapida mitigazione dei gas serra. Il meccanismo individuato comprende una teleconnessione atmosferica associata a un’anomalia anticiclonica sul Mediterraneo occidentale, con conseguente subsidenza e riduzione delle precipitazioni invernali.
    • I due studi, pur analizzando fenomeni differenti, evidenziano quindi un medesimo principio: una modificazione della circolazione oceanica atlantica può propagarsi attraverso l’atmosfera e produrre effetti climatici a grande distanza dalla regione nella quale ha origine la perturbazione.

Parallelamente, proseguono senza interruzione i programmi internazionali di vigilanza dell’Atlantico settentrionale, in particolare le reti RAPID e OSNAP, oggi considerate strumenti fondamentali per distinguere il trend climatico dalla normale variabilità naturale.

Sintesi sullo stato della ricerca scientifica alla data

Rallentamento dell’AMOC: confermato da evidenze osservative.

Intensità del rallentamento: probabilmente sottostimata da parte dei modelli climatici CMIP6.

Collasso dell’AMOC: non osservato.

Tipping point (punto di non ritorno, o soglia critica oltre la quale il sistema climatico subisce cambiamenti rapidi, profondi e irreversibili): possibile, ma in tempi ancora molto incerti.

Nel complesso, il quadro scientifico risulta ulteriormente consolidato.

Riferimenti

  • A weakened AMOC may prolong greenhouse gas–induced Mediterranean drying even with significant and rapid climate change mitigation”; Delworth, T. L., Cooke, W. F., Naik, V., Paynter, D., Zhang, L.;  Proceedings of the National Academy of Sciences, 119(35), e2116655119, august, 22nd 2022. DOI: 10.1073/pnas.2116655119
  • CMIP6 (Coupled Model Intercomparison Project – Phase 6): sesta fase del progetto internazionale coordinato dal World Climate Research Programme (WCRP), finalizzato al confronto e alla validazione dei modelli climatici utilizzati per lo studio dell’evoluzione del sistema climatico terrestre e per le valutazioni dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
  • “Enhanced sea-surface salinity variability associated with AMOC weakening”; Nature Communications, maggio 2026
  • “Observation-constrained projections indicate a stronger AMOC weakening than projected by CMIP6 models”; Science Advances, aprile 2026.
  • “Observed coherent decline of deep western boundary transport in the Atlantic (16,5°N–42,5°N)”;Science Advances, aprile 2026
  • OSNAP (Overturning in the Subpolar North Atlantic Program) – Programma internazionale di osservazione della circolazione termoalina nell’Atlantico subpolare.
  • RAPID-MOCHA – Programma internazionale di monitoraggio continuo dell’AMOC a 26,5°N.
  •  “The impact of a weakened AMOC on European heatwaves”; Meccia, V. L., Simolo, C., Bellomo, K., Corti, S.; Environmental Research Letter 20 (jan 10th, 2025) 024005

Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (4/6)

agosto 7, 2026

Roma, Parte prima

È cosa ben nota che la Leggenda della Fondazione di Roma fa risalire le origini dei Romani alla stirpe di Enea, l’eroe troiano fuggito dalla città dopo la sua distruzione da parte degli Achei. Tra l’altro, è curioso osservare qui come il prestigio di una discendenza troiana abbia esercitato una lunga attrazione anche molto lontano da Roma: ancora nel XII secolo e.v. Goffredo di Monmouth, nella sua Historia Regum Britanniae, farà discendere i Re di Britannia da Bruto, pronipote di Enea … ma torniamo a Roma.

Secondo il racconto, Enea avrebbe lasciato Troia portando con sé il padre Anchise e il figlio Ascanio guidando un consistente gruppo di profughi distribuito su numerose navi, una fuga già sorprendentemente organizzata per chi aveva appena assistito alla distruzione totale della propria città. Dopo diverse peripezie, paragonabili per struttura narrativa a quelle vissute da Ulisse nell’Odissea, sarebbe infine approdato sulle coste del Lazio.

Questo è il racconto reso immortale dall’Eneide di Virgilio (70-19 a.e.v.), composta nell’età di Augusto, quando Roma usciva da quasi un secolo di lacerazioni politiche e guerre civili, da Mario e Silla fino ai conflitti seguiti all’assassinio di Cesare e allo scontro conclusivo tra Ottaviano e Marco Antonio. La nuova età augustea aveva bisogno di ricostruire un’identità comune e di conferire alle origini di Roma una dimensione degna della potenza ormai raggiunta.

Virgilio però non inventò la tradizione troiana, assai più antica dell’Eneide, ma la trasformò nel grande racconto poetico delle origini e del destino di Roma, legandola anche alla gens Iulia attraverso Ascanio-Iulo.

Non fu tuttavia Virgilio a colmare narrativamente i circa quattro secoli che separavano la tradizionale caduta di Troia, collocata nel 1184 a.e.v., dalla fondazione di Roma. Questo collegamento apparteneva già alla tradizione annalistica e fu sviluppato, tra gli altri, da Tito Livio (59 a.e.v.-17 e.v.) nell’Ab Urbe Condita e da Dionigi di Alicarnasso nelle Antichità romane, che abbiamo già incontrato parlando dei Rasenna.

Tra Enea e Romolo si inserisce così Alba Longa.

Secondo la tradizione, Ascanio fondò la città e da lui ebbe origine una dinastia di Re Albani che giunse fino a Numitore e alla figlia Rea Silvia. La successione consentiva al racconto di collegare senza interruzioni la stirpe troiana alla futura fondazione di Roma.

In molti nomi della dinastia ricorre l’appellativo Silvius, che richiama silva, il bosco, e conserva nel racconto il ricordo di un Lazio ancora profondamente legato ai culti silvestri e pastorali.

Uno di questi sovrani è particolarmente significativo per ciò che abbiamo visto nella parte precedente: Tiberino Silvio. Secondo la leggenda egli sarebbe annegato nel fiume Albula, che da quel momento avrebbe assunto in suo onore il nome di Tiberis. La tradizione offriva così una propria spiegazione mitologica del cambiamento di nome del fiume, alternativa alle diverse ipotesi linguistiche che abbiamo già incontrato.

Rea Silvia e la nascita dei gemelli

Il racconto della Fondazione prende avvio dalla lotta per il potere tra Numitore e suo fratello Amulio.

Amulio usurpa il trono e, per impedire una futura discendenza del fratello, costringe Rea Silvia a diventare Vestale: il voto di castità avrebbe dovuto escludere la nascita di possibili eredi, ma Rea Silvia resta incinta e il padre dei gemelli, secondo la tradizione, è il Dio Marte.

L’unione fra una divinità e un/una mortale appartiene a un modello mitologico diffusissimo nel mondo antico: da essa nasce l’eroe e, nello stesso tempo, la sua natura eccezionale riceve una legittimazione divina.

Già Tito Livio affrontava però la paternità di Marte con evidente prudenza: Rea Silvia attribuisce al Dio la gravidanza, forse perché lo crede realmente, forse perché una paternità divina rende più dignitosa una colpa. Il racconto lascia dunque aperta, già nell’antichità, la possibilità che dietro il mito esistesse una vicenda interamente umana.

Che si trattasse di un rapporto consensuale, di una violenza o semplicemente di una storia della quale non sapremo mai nulla, il risultato politico del racconto rimane lo stesso: i futuri fondatori di Roma non sono figli di un uomo qualunque, ma del Dio della guerra e di una donna appartenente alla stirpe reale che discende da Enea.

Roma acquista così contemporaneamente un’ascendenza regale, una troiana e una divina.

Amulio, scoperta la nascita dei gemelli, ordina che siano uccisi e fa imprigionare Rea Silvia, ma i bambini non muoiono: abbandonati in una cesta sul Tevere — altro motivo ricorrente nelle narrazioni mitiche dell’antichità — sopravvivono e, raggiunta l’età adulta, scoprono le proprie origini, uccidono l’usurpatore e restituiscono il trono al nonno Numitore.

Anche sulla sorte di Rea Silvia le tradizioni divergono. Secondo alcune versioni morì in prigione; secondo altre fu gettata nell’Aniene o nel Tevere e salvata dalle divinità dei relativi fiumi, che la resero immortale. La Storia, ancora una volta, scompare dietro molteplici versioni della Leggenda.

Una leggenda più antica di Virgilio e Livio

La vicenda di Rea Silvia e dei gemelli non nacque nell’età augustea.

Quinto Ennio (239-169 a.e.v.), nei suoi Annales, conosceva già la madre dei gemelli, chiamandola Ilia, nome che sottolineava il collegamento con Ilio, cioè Troia.

Fabio Pittore, attivo nel III secolo a.e.v. e considerato il primo annalista romano, aveva già fissato per iscritto elementi fondamentali del racconto della Fondazione; nello stesso secolo Gneo Nevio, nel suo Bellum Punicum, inseriva Enea e il passato troiano nel racconto nazionale romano molto prima di Virgilio. La connessione mitica fra Troiani e origini romane era quindi già presente nella prima letteratura latina.

Virgilio e Livio non crearono dunque dal nulla il mito delle origini: ricevettero una tradizione già antica, stratificata e probabilmente composta da racconti inizialmente diversi, che nel corso dei secoli furono collegati fra loro fino a formare una genealogia coerente ed è proprio questa stratificazione a renderla interessante.

Rea Silvia: il nome e il bosco

Anche il nome di Rea Silvia ha suscitato numerose interpretazioni.

Il significato di Rea non è certo e sarebbe imprudente ricavarne direttamente una condizione giuridica o religiosa partendo dal latino rea/reus. È stata proposta anche un’associazione con la Rhea della mitologia greca, madre degli dèi olimpici, ma pure questa appartiene al campo delle interpretazioni, non delle etimologie dimostrate.

Più trasparente è invece Silvia, collegato a silva, il bosco, e soprattutto alla dinastia albana dei Silvii. Secondo una delle genealogie tradizionali, Silvio, figlio di Enea e Lavinia, sarebbe nato nei boschi e avrebbe poi ereditato il potere dopo Ascanio; altre versioni lo consideravano invece figlio dello stesso Ascanio.

Il nome conserva così, almeno sul piano simbolico, il profondo legame della più antica tradizione laziale con un paesaggio ancora dominato da boschi, pascoli e luoghi sacri naturali. Proprio un animale selvaggio occupa il centro dell’episodio successivo.

La “Lupa” e Acca Larentia

La tradizione più celebre racconta che Romolo e Remo, abbandonati presso il Tevere, furono allattati da una lupa e successivamente raccolti dal pastore Faustolo e allevati da sua moglie Acca Larentia; ma anche qui, sotto una storia apparentemente semplice, esistono strati diversi.

Acca Larentia apparteneva alla religione romana arcaica ed era celebrata nei Larentalia. Tradizioni differenti ne fecero la madre dei Fratelli Arvali, la compagna o moglie di Faustolo, oppure una cortigiana. Già gli autori antichi tentarono di conciliare queste versioni con il racconto della lupa osservando che lupa poteva indicare anche una prostituta. È quindi possibile che la nutrice animale e Acca Larentia appartengano originariamente a tradizioni differenti, riunite successivamente nel grande racconto della Fondazione. Stabilire quale versione precedesse l’altra, tuttavia, significa entrare in un terreno nel quale la documentazione non consente certezze.

Resta però un fatto culturalmente significativo: la lupa ha resistito a tutte le razionalizzazioni.

La donna, la prostituta, la divinità ctonia, la madre degli Arvali e la nutrice dei gemelli si sono sovrapposte nel corso dei secoli; ma nell’immaginario romano e poi occidentale la figura che è sopravvissuta è quella dell’animale selvaggio che offre il proprio latte ai due bambini e ancora oggi la Lupa Capitolina è uno dei simboli universalmente riconoscibili di Roma.

Dietro la Leggenda

Abbiamo attraversato Enea, la dinastia di Alba Longa, Marte, Rea Silvia, i gemelli e la Lupa. Secoli di tradizione hanno costruito intorno alle origini di Roma un racconto capace di collegare la città a Troia, agli Dèi, alla regalità albana e infine al Fato che avrebbe guidato la sua futura grandezza. Proviamo ora a togliere, per un momento, questa grandiosa scenografia. Che cosa rimane?

Rimangono quei nuclei pastorali e seminomadi, di diversa provenienza, che abbiamo già incontrato sui colli intorno a un fiume chiamato, secondo epoche, tradizioni e popoli diversi, Albula, Rumon, Thybris o Tiberis. Per qualche ragione quei seminomadi si trovavano lì?!

L’archeologia ci mostra insediamenti precedenti alla città e, intorno alla metà dell’VIII secolo a.e.v., una loro profonda trasformazione. Ci mostra la progressiva delimitazione degli spazi, la comparsa di strutture comuni e l’emergere di un’organizzazione politica e religiosa sempre più complessa, ma soprattutto possiamo osservare dove tutto questo stava accadendo.

Sintesi

A sud del Tevere esisteva il mondo latino gravitante intorno ai Colli Albani. Alba Longa appartiene in parte alla tradizione e la sua stessa localizzazione rimane discussa, ma le fonti ricordano una lega religiosa dei populi Albenses, tradizionalmente trenta comunità, riunite nel culto comune di Iuppiter Latiaris sul Monte Cavo. Il territorio albano rappresentava dunque uno dei principali poli religiosi e politici del Latium vetus.

A nord del fiume si estendeva invece il mondo etrusco, allora in piena espansione economica e culturale e strettamente collegato, attraverso i commerci, alle grandi reti del Mediterraneo.

Fra i due mondi scorreva il Tevere.

E sui colli prossimi al fiume, per qualche ragione, quei piccoli nuclei stavano cessando di essere soltanto villaggi.

La Leggenda ci dice che tutto cominciò con due gemelli.

L’Archeologia racconta una storia più complessa ed è precisamente quella complessità che ora dobbiamo seguire.

Fine della quarta parte

Nella prossima: Roma, Parte seconda

Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (3/6)

agosto 5, 2026

Un Fiume tra molti Popoli

È ragionevole supporre che il nome del Tevere abbia un’origine pre-latina, legata al complesso mondo etrusco e italico che occupava le sue sponde.

Nel De lingua Latina, Marco Terenzio Varrone (116-27 a.e.v.), massimo studioso romano della lingua e delle tradizioni del suo popolo, ricorda che alcuni Antichi facevano derivare il nome del fiume da Thebris, re di Veio, la potente città etrusca situata poco a nord. Anche Virgilio, nell’Eneide, utilizza l’antica forma Thybris.

Un altro nome tramandato dalle fonti è Rumon (o Rumen), di probabile origine pre-latina e tradizionalmente collegato all’idea dello “scorrere”. È stata anche proposta una relazione tra questo antico idronimo e il nome stesso di Roma, quasi fosse in origine semplicemente «la città sul fiume»; si tratta tuttavia di un’ipotesi etimologica, non di un’acquisizione certa.

Altre fonti antiche ricordano invece Albula, nome propriamente latino, tradizionalmente collegato ad albus, «bianco, chiaro». Potrebbe essere stato il nome usato dalle popolazioni del Latium vetus stanziate a sud del fiume e presenta una possibile parentela con il nome di Albalonga.

Anche l’origine di Tiberis rimane discussa. La radice appare comunque pre-latina e potrebbe appartenere all’ambiente etrusco o italico, forse umbro-sabino. Nomi come Tibur, l’antica Tivoli, Tifernum e Tifernus testimoniano la presenza nell’Italia centrale di forme foneticamente affini, senza che ciò consenta di ricostruire con certezza un’unica origine.

Le stesse iscrizioni dell’Etruria meridionale mostrano quanto intenso fosse lo scambio linguistico fra le popolazioni che vivevano lungo il corso del fiume. Le celebri lamine auree di Pyrgi, antico porto di Cerveteri, ci hanno tramandato per esempio il nome di Thefarie Velianas, sovrano o magistrato di Caere all’inizio del V secolo a.e.v. Anche forme onomastiche affini testimoniano un ambiente nel quale elementi etruschi, latini e italici entrarono continuamente in contatto.

L’etimologia, dunque, non ci consegna una risposta definitiva, ma forse proprio questa incertezza racconta qualcosa di più interessante: il Tevere apparteneva a molti mondi senza appartenere interamente a nessuno di essi. Nel tratto meridionale separava gli Etruschi dai Latini; più a nord, sulla stessa sponda orientale, il mondo etrusco incontrava quello sabino. Era un confine, ma nello stesso tempo una via di comunicazione e di commercio ed è proprio attorno a questo fiume, d’importanza strategica soprattutto per gli Etruschi, e sui colli che lo circondavano a oriente, che per qualche ragione piccoli gruppi di pastori iniziarono a stabilirsi.

I loro villaggi, distribuiti soprattutto sul Palatino e sull’Esquilino, crebbero e progressivamente entrarono in relazione fra loro. L’Archeologia dimostra che il Palatino era abitato almeno dal X secolo a.e.v.; verso la metà dell’VIII, tuttavia, qualcosa cambiò. Quegli insediamenti cominciarono ad assumere i caratteri di una comunità organizzata.

Il Muro di “Romolo”

Gli scavi condotti nell’area del Palatino hanno riportato alla luce resti di fortificazioni in terra e tufo databili, sulla base della stratigrafia e dei materiali ceramici associati, alla metà dell’VIII secolo a.e.v., approssimativamente tra il 750 e il 730.

Andrea Carandini, che dagli anni Ottanta ha diretto importanti campagne di scavo nell’area compresa fra il Palatino e il Foro Romano, ha interpretato questi resti come parte di una prima delimitazione della città, collegandoli al pomerium della tradizione e, quindi, al celebre solco attribuito a Romolo.

L’interpretazione è stata discussa e non tutti gli archeologi concordano nel riconoscere in quelle strutture la prova materiale della fondazione romulea. Resta però un dato difficilmente trascurabile: proprio intorno alla metà dell’VIII secolo a.e.v., cioè nel periodo indicato dalla Tradizione, l’organizzazione degli insediamenti del Palatino subì una trasformazione profonda.

La data tradizionale del 21 aprile 753 a.e.v., fissata da Varrone molti secoli più tardi, non può quindi essere considerata una data archeologicamente dimostrata; sorprende tuttavia la sua vicinanza cronologica con i cambiamenti che gli scavi collocano nello stesso periodo.

Le capanne dell’Età del Ferro

Sulla cima del Palatino, nella zona del Cermalus (la cima minore, che scendeva verso la valle del Velabro e il Foro Boario), sono stati individuati i fori di alloggiamento dei pali appartenenti ad antichissime capanne, costruite con pareti di fango e canne e tetti di paglia. Il colle era dunque abitato ben prima della data tradizionale della fondazione di Roma.

Una di quelle abitazioni fu identificata già nell’antichità con la cosiddetta «Capanna di Romolo», conservata e restaurata dai Romani per secoli come una reliquia delle proprie origini. L’interesse archeologico delle capanne, tuttavia, va oltre la leggenda: documentano l’esistenza di piccoli insediamenti precedenti alla città e consentono di seguire il passaggio dal villaggio alla comunità organizzata che si manifesta con particolare evidenza nel corso dell’VIII secolo a.e.v.

La Régia e il potere del rex

Nel Foro Romano gli scavi hanno individuato anche le fasi più antiche della Régia«Casa del Re», non «Règgia», che ne costituisce l’evoluzione linguistica —, l’edificio che la tradizione collegava a Numa Pompilio e che successivamente sarebbe rimasto uno dei centri religiosi della città.

Le strutture più antiche testimoniano la progressiva comparsa, fra VIII e VII secolo a.e.v., di edifici pubblici e religiosi diversi dalle normali abitazioni private. È il segno di una società che stava acquistando un’organizzazione politica e sacrale più complessa.

Possiamo leggervi la formazione di un’autorità centrale e della figura del rex; più difficile sarebbe trasformare questo dato nella prova che un singolo capo abbia fondato Roma in un preciso momento. Anche qui l’Archeologia incontra la tradizione senza necessariamente coincidere con essa.

Il Lupercale e la grotta della Lupa

Nel 2007, durante alcuni sondaggi sotto il complesso palatino di Augusto, fu individuata una cavità monumentale decorata con mosaici e conchiglie.

La scoperta suscitò immediatamente grande interesse perché la posizione sembrava compatibile con quella attribuita dalle fonti al Lupercale, la grotta sacra nella quale, secondo la leggenda, la lupa avrebbe allattato Romolo e Remo.

L’identificazione fu proposta con convinzione da alcuni archeologi, fra i quali Carandini, ma non è unanimemente accettata: altri studiosi ritengono che la cavità possa appartenere alle strutture monumentali di epoca imperiale e avere avuto una funzione diversa. Non possiamo quindi affermare che l’Archeologia abbia ritrovato la grotta della Lupa. Possiamo però constatare qualcosa di altrettanto interessante: in quell’area del Palatino la memoria religiosa e politica di Roma concentrò per secoli alcuni dei luoghi e dei simboli più importanti del racconto delle proprie origini.

Sintesi

Sul Palatino esistevano villaggi prima di Roma. Intorno alla metà dell’VIII secolo a.e.v. quegli insediamenti cambiarono natura; comparvero delimitazioni, spazi comuni, edifici pubblici e forme più complesse di organizzazione politica e religiosa.

Contemporaneamente, intorno a quegli stessi luoghi, la tradizione costruì il racconto di una fondazione, di un re, di un confine sacro, di due fratelli e di una lupa.

Se non possiamo avere certezza di quanto appartiene alla Storia e quanto alla Leggenda, ciò che sappiamo è tuttavia sufficiente per constatare che, proprio sulle rive di quel fiume dai molti nomi, Storia e Leggenda cominciano sorprendentemente ad avvicinarsi.

Fine della terza parte

Nella prossima: Roma, Parte prima

Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (2/6)

agosto 3, 2026

GLI ETRUSCHI

Secondo lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, gli Etruschi chiamavano se stessi Rasenna (o Rasna); il dato trova riscontro nelle iscrizioni epigrafiche etrusche, dove compare la forma Rasnal, riferita al popolo o alla comunità etrusca. I Romani li chiameranno Tusci o Etrusci, da cui deriveranno «Toscana» ed «Etruria», mentre per i Greci essi erano i Tirreni, Tyrrhenoi o Tyrsenoi, nome dal quale deriva quello del Mar Tirreno.

Come s’è accennato nella prima parte di questo racconto, questi Rasenna, pur appartenendo geneticamente allo stesso quadro delle popolazioni dell’Italia centrale, erano linguisticamente diversi. Gli studi sul DNA antico mostrano infatti una sostanziale continuità genetica fra Etruschi e Latini e una componente ancestrale legata alle steppe eurasiatiche presente in entrambe le popolazioni. Tale quadro genetico si era formato durante l’Età del Bronzo e risulta già consolidato nelle fasi che precedono la piena formazione della civiltà etrusca.

La chiave di volta storica si colloca tra la fine dell’Età del Bronzo e l’inizio dell’Età del Ferro. Il grande sconvolgimento che interessò il Mediterraneo tra XIII e XII secolo a.e.v. coinvolse, in forme differenti, anche la penisola italiana, dove le comunità locali attraversarono processi di riorganizzazione e progressiva concentrazione degli insediamenti. In questo quadro si sviluppò la cultura protovillanoviana e, successivamente, quella villanoviana, considerata la fase formativa dalla quale emergerà la civiltà etrusca.

Un piccolo sommario temporale può aiutare a raccogliere le idee sullo scenario dell’epoca:

  • II millennio a.e.v. – processi demografici e culturali collegati alla diffusione delle popolazioni di lingua indoeuropea nella penisola;
  • tarda Età del Bronzo – presenza e formazione delle popolazioni che conosceremo successivamente come Latino-Falisci, Enotri, Siculi e gruppi osco-umbri;
  • XIII-XII secolo a.e.v. – grande crisi del Mediterraneo orientale e Collasso dell’Età del Bronzo;
  • XII secolo a.e.v. – Guerra di Troia secondo la cronologia tradizionale di Eratostene;
  • XII-X secolo a.e.v. – cultura protovillanoviana;
  • IX-VIII secolo a.e.v. – cultura villanoviana e progressiva formazione della civiltà etrusca.

Villanoviani/Etruschi e popolazioni di lingua indoeuropea dell’Italia centrale, fra cui i futuri Latini, condividevano dunque un patrimonio genetico largamente comune, frutto dei rimescolamenti avvenuti durante l’Età del Bronzo. La grande peculiarità etrusca fu invece linguistica: mentre nelle comunità latine si affermarono lingue indoeuropee, gli Etruschi conservarono una lingua non indoeuropea.

L’etrusco rappresenta così la sopravvivenza di un’antica famiglia linguistica preindoeuropea, alla quale sono generalmente ricondotti anche il retico dell’area alpina e la lingua documentata dalle iscrizioni dell’isola di Lemno, nell’Egeo settentrionale. Più incerta rimane invece l’eventuale relazione con il camuno della Valcamonica.

La forte continuità genetica riscontrata nell’Italia centrale non sostiene quindi l’ipotesi, tramandata da Erodoto, di un’origine della popolazione etrusca da una migrazione di massa proveniente dalla Lidia, nell’Anatolia occidentale. La tradizione erodotea potrebbe riflettere antichi rapporti culturali fra Etruria e Mediterraneo orientale oppure essere stata influenzata dalle evidenti affinità che, soprattutto nella successiva fase orientalizzante, caratterizzarono l’arte e i costumi delle élite etrusche.

Il Periodo Orientalizzante

Tra l’VIII e il VII secolo a.e.v. il mondo etrusco attraversò il cosiddetto Periodo Orientalizzante, un’epoca di intensi scambi commerciali e culturali nel Mediterraneo. Oggetti, tecniche, modelli iconografici e consuetudini provenienti dal Mediterraneo orientale raggiunsero l’Etruria attraverso una rete nella quale operarono mercanti, navigatori e artigiani di diversa provenienza.

È uno dei periodi più affascinanti dell’archeologia preromana. La transizione fra la cultura villanoviana dell’Età del Ferro e la piena fioritura della civiltà etrusca non fu infatti un fenomeno isolato: lo sviluppo interno delle comunità villanoviane s’intrecciò con un crescente sistema di rapporti con il mondo greco, fenicio e vicino-orientale. Da questa interazione nacque ciò che l’Archeologia definisce Periodo Orientalizzante, collocabile approssimativamente tra la fine dell’VIII e il VII secolo a.e.v.

Il fenomeno etrusco accompagnerà infine la nascita e lo sviluppo della futura Roma.

La rivoluzione tecnologica e metallurgica

Le civiltà del Mediterraneo orientale possedevano una lunga tradizione nella lavorazione dei metalli e nella produzione di manufatti di lusso. L’intensificarsi dei rapporti mediterranei introdusse in Etruria nuovi modelli e tecniche, che gli artigiani locali seppero rapidamente assimilare e rielaborare.

L’oro e l’argento. Tecniche raffinate come la granulazione e la filigrana trovano nell’Etruria orientalizzante espressioni di straordinario livello, favorite dai contatti con maestranze e tradizioni artigianali del Mediterraneo orientale.

I bronzi sbalzati. Nelle tombe principesche etrusche, come la Regolini-Galassi di Cerveteri, compaiono calderoni e manufatti decorati con protomi di grifoni, leoni e altre figure appartenenti al repertorio iconografico orientale. Alcuni furono importati, altri prodotti localmente sulla base di modelli provenienti dal Vicino Oriente.

L’arrivo di artigiani e specialisti orientali

Il contributo orientale non avvenne soltanto attraverso la circolazione degli oggetti. La presenza di maestranze straniere e la mobilità degli artigiani contribuirono alla trasmissione di tecniche, forme e repertori iconografici.

Le élite etrusche, arricchite anche dal controllo delle risorse minerarie e delle reti commerciali, commissionarono manufatti di prestigio e favorirono l’attività di artigiani specializzati nei maggiori centri dell’Etruria.

Nello stesso grande sistema di contatti mediterranei giunsero anche la scrittura alfabetica — adottata dagli Etruschi attraverso il mondo greco e derivata, in ultima analisi, dall’alfabeto fenicio — e pratiche rituali che presentano significative analogie con quelle del Mediterraneo orientale. Fra queste l’esame delle viscere degli animali, e in particolare del fegato, ricorda pratiche divinatorie largamente documentate nel Vicino Oriente e in Mesopotamia.

La nascita dell’aristocrazia principesca

Durante il periodo orientalizzante la società etrusca attraversò una profonda trasformazione. Alle comunità villanoviane dell’Età del Ferro si affiancarono strutture sociali sempre più differenziate, nelle quali emersero élite aristocratiche capaci di concentrare ricchezza, controllare risorse e commerci e manifestare il proprio rango attraverso oggetti e comportamenti di prestigio.

I rapporti con il Mediterraneo orientale contribuirono fortemente a questo processo. Il banchetto, il consumo ritualizzato del vino, l’uso delle klínai, gli abiti sontuosi, le insegne del potere e numerosi modelli figurativi entrarono nel repertorio delle aristocrazie etrusche, progressivamente adattati alla realtà locale.

Vi fu dunque continuità fra il mondo villanoviano e quello etrusco, ma all’interno di questa continuità avvenne una profonda trasformazione culturale e sociale. Senza la rete di scambi, modelli e conoscenze provenienti dal Mediterraneo orientale, il fenomeno etrusco avrebbe probabilmente assunto forme e tempi diversi da quelli che conosciamo.

Il guerriero etrusco e i confronti orientali

Un esempio suggestivo di questa circolazione di modelli è offerto dall’armamento. La figura riportata mostra una ricostruzione di guerriero della prima Età del Ferro; alcuni elementi trovano confronti formali con equipaggiamenti documentati anche in Anatolia e nel Mediterraneo orientale.

L’elmo crestato e appuntito. Elmi conici o crestati sono attestati in diversi contesti dell’Età del Ferro. Forme analoghe compaiono tanto nell’Italia villanoviana quanto nell’area anatolica, compreso il mondo urarteo e neo-ittita. L’analogia non implica necessariamente una derivazione diretta, ma testimonia l’esistenza di repertori e soluzioni formali circolanti in un Mediterraneo sempre più interconnesso.

Lo scudo rotondo e i dischi metallici. Grandi scudi bronzei decorati, pettorali e altri elementi difensivi trovano confronti in diverse culture mediterranee e vicino-orientali. Gli scudi cerimoniali di Urartu, per esempio, mostrano decorazioni concentriche, borchie e motivi animali che offrono interessanti termini di confronto con manufatti rinvenuti in Italia.

Queste somiglianze acquistano significato soprattutto quando sono considerate insieme alle altre testimonianze del periodo orientalizzante: commerci, circolazione di artigiani, tecniche metallurgiche, repertori figurativi e modelli sociali.

Questo era dunque il contesto a fianco del quale nacque e si sviluppò Roma, sulle rive dell’odierno Tevere. Il fiume segnava il margine meridionale dell’Etruria storica, ma non costituiva una barriera: traffici, uomini, oggetti e idee lo attraversavano continuamente, mentre le città etrusche sviluppavano contemporaneamente una vasta rete di relazioni marittime.

Il rapporto con Roma non riguardò quindi soltanto l’egemonia politica o gli scambi economici. Il mondo etrusco fu anche uno dei canali attraverso i quali elementi della cultura e della mitologia greca raggiunsero il Lazio arcaico. Fra questi vi era il patrimonio leggendario legato alla guerra di Troia e ai suoi eroi, che nei secoli successivi sarebbe entrato nella costruzione delle tradizioni sulle origini di Roma.

Attraverso la mediazione etrusca — insieme agli altri contatti diretti e indiretti con il mondo greco — una parte di quel patrimonio culturale iniziò così a sedimentarsi nel Lazio. Sarà una delle eredità sulle quali Roma costruirà, molto più tardi, il racconto delle proprie origini.

Fine della seconda parte

Nella prossima: un fiume tra molti Popoli.

Da una Botany Bay dell’VIII sec. a.e.v. allo sviluppo di un Impero (1/6)

agosto 1, 2026

Premessa

Nello stesso spirito che ha portato a scrivere “La 7ma Piramide” e come è accaduto per “Le Argonautiche” e per l’“Odissea” (cfr. Amazon Kindle), anche nel caso delle origini di Roma ho voluto ricostruire un possibile e razionale scenario storico all’interno del racconto leggendario e mitico, confrontando questa volta ciò che immaginazione e buonsenso possono suggerire con quanto emerge dalla ricerca storica e archeologica.

Comincerò col delineare il quadro più sintetico possibile di ciò che esisteva prima che la “Leggenda di Roma” avesse inizio. Quanto al riferimento alla colonia australiana di Botany Bay, si comprenderà che si tratta di una metafora; le sue ragioni appariranno con maggiore chiarezza a mano a mano che lo scenario storico sarà costruito.

(Notazioni particolari: a.e.v. / e.v. = avanti l’evo volgare, ossia prima e durante quest’era storica)

LE ANTICHE TRIBÙ ITALICHE DI CEPPO LINGUISTICO INDOEUROPEO

Prima che Roma diventasse l’Impero che conosciamo, la futura “Italia” era un mosaico affascinante e bellicoso di popoli diversi. Le popolazioni di lingua indoeuropea che si stanziarono nella penisola contribuirono con i propri modelli culturali, religiosi e sociali a segnarne profondamente l’identità.

Una breve digressione può aiutare a comprendere il significato dell’espressione “ceppo linguistico indoeuropeo”; essa non indica infatti una stirpe o una razza, ma una parentela linguistica e culturale.

Alla famiglia indoeuropea appartengono oggi gran parte delle lingue romanze, germaniche, slave, celtiche, greche e indo-iraniche parlate in Europa e in Asia. Non ne fanno invece parte, tra le altre, il basco, l’ungherese, il finlandese, l’arabo, l’ebraico e il turco.

Le popolazioni italiche di lingua indoeuropea possono essere raggruppate, sul piano linguistico, in due grandi famiglie: quella latino-falisca e quella osco-umbra o sabellica. La loro presenza nella penisola fu il risultato di processi demografici e culturali sviluppatisi nel corso del II millennio a.e.v., collegati alle più ampie espansioni delle popolazioni indoeuropee attraverso l’Europa.

La ricerca archeologica e genetica mostra l’arrivo in Italia, già durante l’Età del Bronzo, di popolazioni portatrici di una componente ancestrale riconducibile alle steppe pontico-caspiche, probabilmente attraverso successive mediazioni nell’Europa centrale. Non è però possibile identificare questi movimenti con due precise ondate migratorie corrispondenti ai Latino-Falisci e agli Umbro-Sabelli: tali denominazioni appartengono soprattutto alla successiva realtà linguistica e culturale dell’Italia protostorica.

Per comodità espositiva distingueremo quindi i due principali gruppi linguistici, tenendo presente che la loro formazione fu probabilmente il risultato di processi assai più complessi di una semplice successione di migrazioni.

Il gruppo latino-falisco (nel corso del II millennio a.e.v.)

Le popolazioni del gruppo latino-falisco si stanziarono nel versante tirrenico dell’Italia centrale.

  • I Latini occupavano il Latium Vetus, a sud dell’attuale Tevere. Erano inizialmente pastori e agricoltori organizzati in comunità distribuite nel territorio, che in epoca successiva troviamo associate in forme federali e religiose, fra cui la Lega Latina.
  • I Falisci, stanziati nell’area dell’odierna Civita Castellana, erano culturalmente vicinissimi ai Latini e parlavano una lingua quasi identica, pur subendo una profonda influenza dai vicini Etruschi, che invece non appartenevano linguisticamente al ceppo indoeuropeo.

Il gruppo osco-umbro o sabellico (verso la fine del II millennio a.e.v.)

Le popolazioni appartenenti a questo gruppo si diffusero soprattutto lungo la dorsale appenninica, occupando progressivamente gran parte dell’area centro-meridionale. Si trattava di popolazioni nelle quali la dimensione guerriera ebbe grande importanza; presso i Sabelli era inoltre profondamente radicata la tradizione del Ver Sacrum, la “Primavera Sacra”, nella quale ricorreva anche il simbolismo degli animali-guida.

  • I Sabini, stanziati sulle montagne a est del Tevere, ebbero un ruolo importante nella formazione della Roma arcaica, alla quale la tradizione attribuisce anche l’integrazione di elementi religiosi sabini, fra cui il culto di Quirino.
  • I Sanniti costituirono la più potente confederazione guerriera dell’Appennino centro-meridionale. Divisi in quattro grandi tribù (Carricini, Pentri, Caudini e Irpini), misero più volte in seria difficoltà Roma durante le celebri Guerre Sannitiche. Il nome stesso degli Irpini deriva dal termine osco hirpus, che significa “lupo”.
  • Gli Umbri, considerati dagli storici antichi tra i più antichi popoli italici, occupavano l’attuale Umbria e parte delle Marche. Ci hanno lasciato le “Tavole Eugubine”, il più importante documento rituale dell’epoca preromana.
  • Volsci, Equi ed Ernici furono invece altre popolazioni dell’Italia centrale che entrarono ripetutamente in conflitto con Roma durante la sua prima espansione nel Lazio.

Altri popoli indoeuropei della penisola

  • I Veneti (o Paleoveneti), stanziati nel nord-est della penisola, erano celebri nell’antichità per l’allevamento dei cavalli e possedevano una propria lingua indoeuropea.
  • Gli Japigi (Dauni, Peuceti e Messapi), popolazioni di lingua indoeuropea insediate nell’odierna Puglia, presentavano forti legami culturali e linguistici con il versante balcanico dell’Adriatico.
  • I Celti (Galli), presenti nell’Italia settentrionale e protagonisti di importanti movimenti espansivi verso la Pianura Padana soprattutto tra V e IV secolo a.e.v., entrarono in conflitto con gli Etruschi dell’area padana e, all’inizio del IV secolo, giunsero fino a saccheggiare Roma.

Elementi comuni: la cultura del rito e della guerra

Pur nella loro grande diversità, in molte società italiche ricorrevano alcuni elementi comuni. L’allevamento ebbe grande importanza nell’economia delle comunità più antiche; ne rimane una traccia significativa anche nella lingua latina, dove pecunia, denaro, è collegato a pecus, bestiame.

Anche la guerra possedeva una forte dimensione religiosa. Prima di intraprendere un conflitto si interrogava la volontà divina attraverso pratiche rituali e i rapporti fra comunità potevano essere regolati da patti (foedera) posti sotto garanzia religiosa. Anche il rapporto con il mondo animale possedeva spesso un forte valore simbolico. Le tradizioni di alcune popolazioni italiche conservarono il ricordo di animali-guida: il lupo per gli Irpini, il picchio per i Piceni e, secondo alcune interpretazioni, ancora il lupo per i Lucani.

Questo quadro etnico così frammentato consente di comprendere quanto lungo e complesso sia stato il processo che porterà, molti secoli più tardi, all’unificazione della penisola sotto Roma.

Gli Enotri e la leggenda di Re Italo

Negli stessi secoli, cioè tra la fine del II millennio e l’inizio del I millennio a.e.v., il Sud della penisola (attuali Calabria, Basilicata e Campania) viveva una storia affascinante e in parte diversa, dove i dati dell’archeologia s’intrecciano col popolo degli Enotri, del clan enotrio dei Vituli e col mito del Re Italo. Gli Enotri erano una delle più antiche popolazioni dell’Italia meridionale; secondo alcune ricostruzioni, appartenevano al gruppo indoeuropeo latino-falisco e sarebbero giunti nella penisola dall’Europa centrale nel corso della tarda Età del Bronzo. Secondo la Tradizione riportata da storici come Antioco di Siracusa e Aristotele, Italo governava l’istmo di Catanzaro, la terra tra il Golfo di Sant’Eufemia e il Golfo di Squillace intorno al XIII secolo a.e.v.. Strettamente legati agli Enotri erano i Siculi, che la Tradizione collocava inizialmente nella Calabria meridionale, prima che l’arrivo di nuove popolazioni li costringesse a trasferirsi in Sicilia. Aristotele racconta che fu Italo a trasformare il suo popolo da nomade e pastorale in stanziale e agricoltore, istituendo le prime leggi e i sissizi (i pasti comunitari). Dal suo nome sarebbe derivato quello di Italia.

Un’altra tradizione, risalente a Ellanico di Lesbo (V sec. a.e.v.), collegava invece il nome della regione al vitello. A questa antica tradizione si affianca la ricostruzione linguistica che riconduce il nome ai Vituli, popolazione dell’estremo Sud della penisola il cui nome era legato al vitello e alla forma italica Víteliú, interpretata come “terra dei vitelli” o, più ampiamente, “terra degli allevatori di bovini”. Il nome avrebbe designato inizialmente soltanto la parte meridionale dell’attuale Calabria, a sud dell’istmo. Entrato in contatto con il mondo greco, fu adattato alla lingua degli Elleni: i suoi abitanti divennero gli Italói e la loro terra l’Italía. Da questa forma deriva il latino Italia. Nel corso dei secoli il nome ampliò progressivamente il proprio significato geografico, risalendo verso nord fino a designare, in età romana, l’intera penisola.

Mentre il Nord era maggiormente inserito nelle reti continentali europee, il Sud era direttamente esposto alle grandi rotte del Mediterraneo. A partire dal XIV-XIII secolo a.e.v., le coste della Calabria e della Basilicata furono regolarmente frequentate dai navigatori Micenei (i greci dell’età del bronzo). Nei siti archeologici come Broglio di Trebisacce (Cosenza) sono stati trovati grandi orci di tipo egeo e ceramiche italo-micenee: gli Enotri non erano dunque isolati, ma scambiavano vino, olio e metalli con l’Oriente.

Poi, intorno al 1200-1100 a.e.v., una profonda crisi sistemica, probabilmente determinata dall’interazione di fattori climatici, economici, politici, militari e demografici (“Collasso del Bronzo”), testimoniata dall’Archeologia, colpì il centro-nord e spinse nuove popolazioni verso il Sud e dal Sud verso l’Egitto (i Popoli del Mare, che nelle iscrizioni e nei rilievi del tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu sono gli Sherden e gli Shekelesh, talvolta accostati rispettivamente ai Sardi e ai Siculi, e i Peleset, generalmente collegati ai Filistei, battuti da Ramses III e ricollocati i primi tra il corridoio siriano-canaanita e i secondi nel sud di Canaan. Questa grande crisi riguardò anche diverse culture del Mediterraneo orientale, annientandone alcune o riducendole ai minimi termini (Micenei, Ittiti, Regni Siro-Canaaniti e il regno cipriota di Alashiya). Venendo meno il controllo politico esercitato dall’Egitto e dagli Ittiti sul Mediterraneo orientale, altre popolazioni seppero invece trarre vantaggio dal nuovo equilibrio geopolitico. le città fenicie ampliarono progressivamente le proprie reti mercantili nel Mediterraneo, mentre sugli altipiani centrali di Canaan si svilupparono le comunità dalle quali sarebbe emerso Israele; la tradizione biblica colloca successivamente la monarchia nelle figure di Saul, Davide e Salomone. Contemporaneamente, nel centro della penisola italica, gli Ausoni e gli Opici (anch’essi indoeuropei) discesero lungo la costa tirrenica, entrando in conflitto con gli Enotri e insediandosi in Campania e in Calabria settentrionale. Portarono con sé nuove tecnologie e costumi, frammentando il precedente equilibrio enotrio.

Intorno al 1000 a.e.v., la geografia del Sud (esclusa la Puglia degli Japigi) si presentava in termini molto schematici così:

  • [Campania]   –> Opici e Ausoni
  • [Basilicata] –> Enotri e Choni (un sottogruppo)
  • [Calabria]   –> Enotri (a Nord) e Siculi (a Sud)

Questo equilibrio cambierà radicalmente a partire dall’VIII secolo a.e.v., quando sulle coste di queste stesse regioni sbarcheranno i coloni greci, fondando le città della Magna Grecia (come Sibari, Crotone, Reggio e Taranto), che assorbiranno o spingeranno verso l’interno le antiche popolazioni enotrie.

Secoli più tardi, autori greci come Dionigi di Alicarnasso ricondussero anche l’origine degli Enotri al mondo ellenico, attraverso una tradizione che finiva per attribuire alla presenza greca nell’Italia meridionale un’ascendenza assai più antica della colonizzazione storica. In questa versione, diciassette generazioni prima della guerra di Troia, quindi pressappoco nel XVIII secolo a.e.v., il principe Enotro, figlio del re d’Arcadia nel Peloponneso, avrebbe lasciato la Grecia perché insoddisfatto della sua quota di terre. Attraversato il mare Adriatico con una flotta, sarebbe approdato nel Sud peninsulare diventando il capostipite degli Enotri.

La ricerca archeologica restituisce però un quadro diverso da quello suggerito da una lettura letterale della tradizione: gli scavi nei grandi siti enotri, come Francavilla Marittima e Torre del Mordillo in Calabria, mostrano infatti la presenza di comunità enotrie nell’Italia meridionale ben prima della colonizzazione greca dell’VIII secolo a.e.v..

Questo era dunque lo scenario storico e umano dell’Italia pre-etrusca e preromana. Un mosaico di popoli, commerci, migrazioni e culture destinato a trasformarsi profondamente nei secoli successivi..

Fine della prima parte

Nella prossima: il quadro che abbiamo appena delineato era destinato a mutare profondamente anche nell’Italia centrale. Fra le trasformazioni seguite alla fine dell’Età del Bronzo sarebbe emersa in Etruria una civiltà linguisticamente distinta dalle popolazioni indoeuropee circostanti, ma non per questo geneticamente estranea ad esse: la civiltà etrusca. La sua storia finirà per intrecciarsi così strettamente con quella di Roma tanto da rendere impossibile comprendere l’una senza conoscere l’altra. Prima di arrivare a Roma, dobbiamo dunque soffermarci brevemente sugli Etruschi.

LA CRISI DELL’AMOC E LA CORRENTE DEL GOLFO (4/4)

luglio 22, 2026

L’Italia dentro il nuovo equilibrio climatico e Conclusione

L’Italia occupa una posizione particolare nel sistema climatico europeo. Situata al centro del Mediterraneo, tra l’Atlantico e le grandi masse continentali euroasiatiche, rappresenta uno dei punti nei quali gli effetti della riorganizzazione atmosferica potrebbero manifestarsi con maggiore evidenza.

I modelli climatici non descrivono un semplice raffreddamento o un semplice riscaldamento; essi descrivono un sistema sempre più instabile ed è proprio questa instabilità, più ancora delle variazioni della temperatura media, a costituire il principale elemento di rischio. La figura che segue sintetizza il percorso fisico descritto nelle pagine precedenti.

Nota redazionale – La mappa costituisce una sintesi elaborata con il supporto del modello AI Gemini sulla base della letteratura scientifica citata nel testo (fra cui Caesar et al., Mor et al., ISPRA e altri studi di riferimento).

Il rallentamento dell’AMOC modifica progressivamente la distribuzione del calore nell’Atlantico e induce l’atmosfera a riorganizzare la propria circolazione. Il Jet Stream (cfr. Parte 3/4) cambia comportamento, favorendo la discesa di masse d’aria fredda verso le medie latitudini europee. Quando queste incontrano un Mediterraneo sempre più caldo, si instaurano contrasti termici che possono alimentare perturbazioni persistenti e precipitazioni di eccezionale intensità. Gli effetti si manifestano infine sul territorio italiano, dove una naturale fragilità geomorfologica si combina con fattori antropici quali il consumo di suolo, la crescente impermeabilizzazione delle superfici e la vulnerabilità di molte infrastrutture idrauliche, contribuendo ad aumentare il rischio di eventi alluvionali.

Nota redazionale:  i derechos sonotempeste di vento rettilinee, diffuse e di lunga durata, associate a un gruppo di temporali forti a rapido spostamento; i macro-downburst invece sono violentissime correnti d’aria discendente associate a temporali che, una volta al suolo, si espandono orizzontalmente su raggio di 2km.

Conclusione

Per millenni abbiamo considerato il clima come lo sfondo immutabile della storia umana. Oggi sappiamo che non è così. La climatologia moderna descrive un pianeta in continuo equilibrio dinamico, nel quale oceani, atmosfera, ghiacci e biosfera interagiscono incessantemente regolando la distribuzione dell’energia sull’intero globo.

Le grandi civiltà del passato attribuivano gli sconvolgimenti naturali all’ira degli Dèi o alla decadenza morale dell’umanità. Oggi disponiamo di strumenti che consentono di osservare e descrivere i fenomeni fisici con una precisione impensabile fino a pochi decenni fa: osservazioni satellitari, reti di misura distribuite su scala globale e modelli matematici capaci di interpretarne l’evoluzione. La conoscenza scientifica non elimina l’incertezza, ma permette di comprendere processi che un tempo apparivano inspiegabili e di valutare con maggiore consapevolezza gli scenari futuri.

La coscienza del fatto che ogni equilibrio naturale possa essere alterato non è nata tuttavia oggi: già nel secondo dopoguerra l’Ecologia iniziò ad affermarsi come disciplina scientifica autonoma; poi, nel 1972 il Club di Roma pubblicò il rapporto I limiti dello sviluppo, richiamando l’attenzione della comunità internazionale su un principio tanto semplice quanto fondamentale: una crescita indefinita non può essere sostenuta in un sistema finito. L’ultimo capitolo di quel rapporto portava un titolo significativo: Lo stato di equilibrio globale. Non rappresentava una previsione catastrofica, ma un invito a riconoscere i limiti fisici entro i quali la civiltà umana può continuare a prosperare.

Negli anni successivi quei limiti hanno iniziato a manifestarsi anche sotto i nostri occhi: il ghiacciaio del Calderone, sul Gran Sasso d’Italia, unico ghiacciaio dell’Appennino, già negli anni Ottanta mostrava evidenti segni di un indebolimento irreversibile; poco tempo dopo osservai l’arretramento del ghiacciaio della Marmolada e di altri grandi ghiacciai alpini. Dal ghiacciaio del Petit Mont Blanc riemerse perfino il relitto di un bombardiere Boeing B-17 dell’aeronautica americana, precipitato il 1° novembre 1946 e rimasto imprigionato nel ghiaccio per quasi quarant’anni. Erano segnali che allora apparivano ancora isolati, ma indicavano che qualcosa stava cambiando con una rapidità difficilmente riconducibile ai normali tempi della variabilità naturale.

Oggi, nell’estate del 2026, ondate di calore eccezionali interessano vaste regioni dell’Europa, in alcuni casi più intensamente alle alte latitudini che nell’area mediterranea. Eventi meteorologici estremi si susseguono con frequenza crescente e gli effetti del cambiamento climatico si intrecciano con altre crisi generate dall’uomo: guerre, instabilità economica, insicurezza alimentare e crescente pressione sulle risorse naturali. Sono fenomeni diversi, ma accomunati dalla difficoltà di riconoscere che ogni sistema complesso possiede limiti oltre i quali il costo delle decisioni aumenta rapidamente.

Se processi naturali che normalmente si sviluppano nell’arco di molte generazioni iniziano a mostrare accelerazioni percepibili nell’arco di una sola vita umana, significa che il sistema sta cambiando ritmo.

A questo punto può essere opportuno richiamare una citazione già riportata in La Settima Piramide:

«Ho investigato tutte le operazioni che si fanno nel Cielo, in qual modo le stelle non modificano il loro cammino, come ognuna sorge e tramonta sistemate ognuna nel proprio tempo e senza trasgredire il proprio ordine. Osservate la Terra e ponete mente a quel che si fa su di essa […] come non si modifica ogni azione visibile del Signore […] Ho esaminato ed osservato come appaiono tutti gli alberi […] e poi ho osservato il tempo della stagione asciutta […] Ho esaminato come gli alberi si coprono del verde delle foglie e fruttificano. Ponete a mente tutto e sappiate in qual modo il Dio vivente ed eterno ha fatto per voi tutte queste cose […] ed osservate come le terre ed i fiumi compiono insieme la propria funzione […] Voi invece non avete adempiuto e non siete sottostati all’ordine del Signore, ma lo avete trasgredito ed avete offeso la sua grandezza con le parole grosse ed aspre della vostra bocca immonda. Aridi di cuore, per voi non ci sarà pace e maledirete i vostri giorni, sarete privati degli anni della vostra vita, la maledizione eterna aumenterà e per voi non ci sarà clemenza»; “Enoch etiopico, Libro dei Vigilanti”, II,1-V,5.

La riflessione proposta dall’antico testo appartiene naturalmente a un contesto culturale e religioso molto diverso dal nostro; tuttavia, pur con il linguaggio della Fisica, della Dinamica dei sistemi complessi e dell’osservazione sperimentale, la Climatologia moderna descrive gli stessi fenomeni:

entrambi richiamano, ciascuna secondo la propria prospettiva, il principio fondamentale per cui gli equilibri della natura non sono arbitrari e ignorarne il funzionamento comporta inevitabilmente delle conseguenze.

Forse è proprio questa la lezione più importante che emerge dal percorso compiuto in queste pagine. Oltre che a prevedere i fenomeni, la conoscenza scientifica serve soprattutto a comprenderli, affinché il progresso tecnologico possa svilupparsi senza entrare in conflitto con gli equilibri che rendono possibile la vita sul nostro pianeta.

Come ogni sistema complesso, anche la Terra possiede limiti fisici che non dipendono dalle nostre convinzioni. Riconoscerli e rispettarli rappresenta probabilmente una delle maggiori responsabilità che la nostra generazione è chiamata ad assumersi.

Il futuro non è ancora scritto; proprio per questo varrebbe la pena impegnarsi a scriverlo nel modo migliore possibile.

LA CRISI DELL’AMOC E LA CORRENTE DEL GOLFO (3/4)

luglio 19, 2026

Verso una soglia critica

Nelle pagine precedenti abbiamo visto come numerose osservazioni indipendenti convergano nel descrivere un progressivo indebolimento della circolazione atlantica. Rimane però una domanda fondamentale: fino a che punto un sistema naturale può rallentare senza modificare il proprio comportamento?

La fisica dei sistemi complessi suggerisce che molti fenomeni naturali non evolvono in modo continuo. Per lunghi periodi sembrano cambiare lentamente, quasi impercettibilmente, fino a raggiungere una soglia oltre la quale anche una variazione apparentemente modesta può produrre una trasformazione improvvisa dell’intero sistema. È ciò che gli studiosi definiscono Tipping Point, il punto di non ritorno.

Applicato all’AMOC, questo concetto assume un significato preciso. Finché le acque superficiali del Nord Atlantico mantengono una densità sufficiente, il meccanismo di sprofondamento continua ad alimentare la circolazione oceanica. Se però l’afflusso di acqua dolce dovesse superare una determinata soglia critica, la formazione delle acque profonde potrebbe ridursi drasticamente o interrompersi del tutto.

È proprio questa possibilità che i modelli climatici più avanzati stanno cercando di valutare.

Fra gli studi più discussi degli ultimi anni, quello pubblicato da Peter e Susanne Ditlevsen nel 2023 ha proposto, sulla base di un’analisi probabilistica, una possibile finestra temporale compresa fra il 2030 e il 2060 nella quale il sistema potrebbe avvicinarsi a una transizione critica. Come ogni modello previsionale, anche questo non costituisce una previsione certa, ma uno scenario che la comunità scientifica considera sufficientemente plausibile da meritare particolare attenzione.

Il paradosso del freddo

Se un simile scenario dovesse realmente verificarsi, l’effetto più sorprendente sarebbe anche il più controintuitivo.

Mentre il riscaldamento globale continuerebbe ad aumentare la temperatura media del pianeta, vaste regioni dell’Europa settentrionale potrebbero andare incontro a un marcato raffreddamento.

Il motivo è semplice.

La Corrente del Golfo non trasporta soltanto acqua: trasporta enormi quantità di calore accumulate nei tropici. Se questo trasporto diminuisse drasticamente, il Nord Atlantico perderebbe una delle principali sorgenti di energia che oggi mitigano il clima europeo.

Le simulazioni più accreditate descrivono un raffreddamento che potrebbe raggiungere valori dell’ordine di 5-15 °C nelle regioni nordiche, mentre gran parte dell’Europa centrale subirebbe una sensibile diminuzione delle temperature medie. Il clima dell’Europa occidentale assumerebbe caratteristiche oggi tipiche delle regioni subartiche del Canada.

Ma il raffreddamento rappresenterebbe soltanto uno degli effetti.

La ridistribuzione del calore fra oceano e atmosfera modificherebbe profondamente l’intera circolazione atmosferica dell’emisfero boreale.

La climatologia contemporanea non prevede un’evoluzione tanto rapida né tanto semplice. Tuttavia, il principio fisico dal quale The Day After Tomorrow trae ispirazione è reale: una profonda alterazione della circolazione atlantica potrebbe modificare radicalmente la distribuzione del calore nell’emisfero boreale, producendo effetti climatici che, pur molto diversi da quelli rappresentati sullo schermo, meritano oggi tutta l’attenzione della comunità scientifica.

L’energia che per migliaia di anni la Corrente del Golfo ha trasportato verso le alte latitudini continua a essere prodotta dal Sole, ma non è più redistribuita nello stesso modo, non scompare; rimane accumulata nelle acque tropicali dell’Atlantico e del Mar dei Caraibi, dove la temperatura superficiale continua ad aumentare.

Il risultato è un oceano che tende a dividersi in due enormi serbatoi di energia: uno progressivamente raffreddato, l’altro sempre più caldo. Mai, nell’epoca delle osservazioni strumentali, questo contrasto è apparso con tale evidenza.

È proprio questo principio fisico che Roland Emmerich portò all’estremo nel suo film. Per esigenze narrative, il regista condensò in pochi giorni processi che, nella realtà, richiederebbero tempi incomparabilmente più lunghi, trasformando una possibile evoluzione del sistema climatico in una spettacolare catastrofe cinematografica.

L’oceano e l’atmosfera costituiscono infatti un unico sistema fisico integrato. Quando cambia il modo in cui il mare redistribuisce il calore, anche la circolazione atmosferica è costretta a riorganizzarsi.

L’energia accumulata nelle basse latitudini alimenta un Atlantico tropicale sempre più caldo. Le acque superficiali, che in alcune aree possono superare i 30 °C, rappresentano il combustibile ideale per gli uragani.

In fisica ogni forte differenza di temperatura genera inevitabilmente una differenza di pressione. L’atmosfera reagisce cercando di riequilibrare questo contrasto.

Fra i principali meccanismi coinvolti in questa riorganizzazione atmosferica vi è il Jet Stream, un intenso fiume d’aria che scorre ad alta quota lungo l’emisfero settentrionale. Alimentato dal contrasto termico tra le masse d’aria polari e quelle tropicali, esso agisce come una vera autostrada atmosferica, guidando il percorso delle perturbazioni. Se quel contrasto cambia, anche il Jet Stream è costretto a modificare il proprio comportamento: in alcuni tratti il getto accelera violentemente (Jet Streak); in altri perde regolarità, formando ampie ondulazioni (Onde di Rossby). Quando queste ondulazioni diventano particolarmente accentuate possono bloccarsi per settimane nella stessa posizione, dando origine ai cosiddetti Blocking atmosferici.

Quando un blocco atmosferico persiste, le perturbazioni non seguono più il loro normale percorso. Alcune regioni rimangono per settimane sotto l’influenza di masse d’aria subtropicali sempre più calde e secche; altre sono investite da ripetute irruzioni di aria polare. Per l’Europa mediterranea ciò potrebbe tradursi nell’alternanza di lunghi periodi di siccità e improvvise irruzioni di aria polare, capaci di generare contrasti termici estremi, precipitazioni eccezionali e fenomeni meteorologici sempre più intensi.

Nessuno è oggi in grado di affermare se e quando questo scenario si realizzerà. Ciò che la climatologia contemporanea sta mostrando con crescente chiarezza è però un fatto fondamentale: tutti questi fenomeni non rappresentano eventi indipendenti; sono le possibili manifestazioni di uno stesso processo fisico, originato dall’alterazione di un equilibrio che, per migliaia di anni, ha regolato la distribuzione dell’energia sull’intero Atlantico.

Fine della terza parte

Prossimamente: il Mediterraneo e l’Italia dentro il nuovo equilibrio climatico e la Conclusione