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Sulle “Pietre dell’Incavallicata”, ovvero i “Giganti di Campana”

giugno 19, 2026

Essendo un tentativo di ricostruzione antropologica, “La Settima Piramide” ha molto a che fare con gli Antichi: da quelli genericamente antidiluviani fino alle civiltà delle Piramidi e del mondo greco, senza trascurare le interazioni culturali tra il Mediterraneo e ciò che oggi definiamo Vicino e Lontano Oriente. In ogni fase dell’analisi, la mia bussola è stata un principio che la ricerca scientifica tende ormai sempre più a confermare: gli Antichi non erano dei bruti privi di introspezione o di capacità di osservazione. Al contrario, possedevano spesso una conoscenza profonda dell’ambiente naturale, dei cicli astronomici e delle dinamiche che regolano il rapporto tra Uomo e Cosmo. Da questa prospettiva, la Rivoluzione Neolitica, la metallurgia, l’urbanizzazione e la progressiva complessità delle strutture sociali non rappresentano necessariamente un progresso lineare dello spirito umano. Possono essere lette anche come un progressivo allontanamento da quell’equilibrio originario che caratterizzava molte culture arcaiche.

Ogni tentativo di recuperare tale prospettiva è quindi legittimo e persino auspicabile. Tuttavia, quando la ricerca storica lascia il posto alla ricerca dello stupore, il rischio è quello di sconfinare nell’eccesso: vedere tecnologie impossibili dove non esistono evidenze, trasformare Atlantide in qualunque regione abbia bisogno di un mito fondativo, spostare l’Antartide in fascia tropicale per adattarla a una teoria, collocare il Diluvio universale in epoche incompatibili con le evidenze disponibili, trasferire le Colonne d’Ercole dove risultano più funzionali a una narrazione, oppure attribuire agli extraterrestri opere che potrebbero essere state realizzate dall’ingegno umano.

Paradossalmente, questa tendenza finisce per produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato: invece di valorizzare l’uomo antico, ne riduce le capacità e la statura culturale e insieme umilia anche noi stessi, trasformando la storia in una forma di intrattenimento spettacolare.

Questa premessa era necessaria per comprendere quel che segue.Senza alcuna intenzione ipercritica, esiste una differenza sostanziale tra la tutela di un geosito e la costruzione di una narrazione sensazionalistica attorno alle cosiddette “Pietre dell’Incavallicata”, o “Giganti di Campana” nella Sila.

Il contrasto tra l’evidenza geomorfologica e il mito mediatico costruito negli ultimi anni offre uno spunto interessante per riflettere su come il marketing territoriale possa talvolta superare il rigore metodologico.

I principali elementi di criticità sono i seguenti.

• Natura delle rocce. I blocchi sono costituiti da arenarie modellate dall’erosione, un contesto geologico nel quale forme insolite e suggestive sono tutt’altro che rare. Le interpretazioni antropomorfe o zoomorfe possono essere favorite dal fenomeno della pareidolia, cioè dalla naturale tendenza della mente umana a riconoscere forme familiari in configurazioni casuali.

• Anacronismi archeologici. Le interpretazioni proposte oscillano tra cronologie incompatibili tra loro: popolazioni neolitiche, Pelasgi, eserciti di Pirro, soldati cartaginesi di Annibale e persino comunità paleolitiche. La varietà stessa delle attribuzioni evidenzia l’assenza di un consenso fondato su prove archeologiche condivise.

• Il cortocircuito del Cecita. Il ritrovamento di resti di Palaeoloxodon antiquus nel Lago Cecita costituisce un dato paleontologico reale e importante. Tuttavia il passaggio dalla presenza documentata dell’animale alla conclusione che la figura di Campana rappresenti necessariamente una scultura intenzionale dello stesso animale non è dimostrato dai dati oggi disponibili.

• Costruzione mediatica. Definizioni come “Stonehenge calabrese” o formule analoghe risultano efficaci dal punto di vista promozionale, ma rischiano di oscurare il reale valore storico, paesaggistico e geologico del territorio, che non necessita di paragoni forzati per risultare interessante, laddove giganti esistono davvero in Calabria e nella zona silana e sono alberi maestosi siti nel nel “Parco Nazionale della Sila” sull’Appennino calabrese.

Le rocce di Campana, qualora si volesse attribuire loro un’origine antropica, apparterrebbero comunque alla categoria delle raffigurazioni o delle sculture rupestri, non a quella dei monumenti megalitici propriamente detti. Dolmen, Menhir, Cromlech e allineamenti megalitici sono infatti strutture costituite da grandi blocchi intenzionalmente trasportati, eretti e organizzati nello spazio dall’uomo. Stonehenge rappresenta una delle massime espressioni di questa tradizione monumentale. Il parallelismo tra i due siti risulta pertanto improprio già sul piano tipologico, prima ancora che su quello cronologico o culturale.

Resta poi la questione delle proporzioni, un argomento raramente discusso: da una parte abbiamo una figura interpretata come un elefante sostanzialmente compatibile con le dimensioni dell’animale rappresentato, mentre dall’altra una figura più o meno antropomorfa che, secondo alcune ricostruzioni, dovrebbe aver raggiunto dimensioni colossali (> 8m).

L’asimmetria non costituisce una prova contro l’origine artificiale del complesso, ma rappresenta certamente un elemento problematico per chi sostiene l’esistenza di un unico programma monumentale. Se infatti le due figure fossero parte di un medesimo progetto, sarebbe ragionevole attendersi una maggiore coerenza nelle proporzioni e nelle finalità rappresentative. L’incoerenza dimensionale non invalida automaticamente alcuna ipotesi, ma rende più difficile sostenere l’esistenza di una concezione artistica unitaria.

Anche l’ipotesi che collega il sito alle campagne di Pirro o Annibale incontra evidenti difficoltà. Risulta infatti poco plausibile immaginare la realizzazione di monumenti colossali in arenaria friabile nel contesto logistico di operazioni militari caratterizzate da esigenze ben diverse.

Rimane inoltre il problema fondamentale della cronologia.

Il Carbonio-14 non può essere applicato direttamente alla roccia in assenza di materiale organico associato. Altre tecniche potenzialmente utilizzabili non risultano essere state applicate e pubblicate in modo sistematico in sedi scientifiche riconosciute. Il risultato è che il sito rimane sostanzialmente privo di una datazione condivisa.

In definitiva, il problema non consiste nell’esistenza di ipotesi differenti, ma nella tendenza a trasformare alcune di esse in certezze.

Le Pietre dell’Incavallicata rappresentano un luogo affascinante, ma in realtà non abbiamo bisogno di inventare “Stonehenge calabresi”, come non abbiamo bisogno di inventare “Svizzere abruzzesi”. La penisola italiana possiede già una straordinaria varietà di paesaggi, tradizioni e testimonianze storiche che non necessitano di paragoni forzati per risultare interessanti: dalla leggenda del vino “Est! Est!! Est!!!” di Montefiascone, che ancora oggi conserva la memoria del viaggio del Vescovo tedesco Johannes Defuk e del servo Martino, fino agli eremi rupestri della Valle dell’Orta alla Maiella, esistono innumerevoli esempi di identità culturali nate e sviluppatesi sul territorio senza bisogno di fare eco a miti celebri.

Dall’inizio dell’Olocene la penisola italiana è stata un crocevia di popoli, commerci e influenze culturali provenienti da tutto il Mediterraneo e oltre, fino a contribuire alla formazione di una delle più originali sintesi culturali della storia: Roma e il suo Impero.

La tutela del patrimonio passa anzitutto attraverso il rispetto dei fatti. Le ipotesi sono il motore della ricerca; il sensazionalismo raramente lo è

Il Cratere di Burckle, il Diluvio Universale e “La Settima Piramide” (1/4)

giugno 16, 2026

Nel 2006 il gruppo multidisciplinare Holocene Impact Working Group avanzò un’ipotesi destinata a suscitare grande interesse: alcune particolari dune costiere a forma di “V” (chevron), osservate sulle coste del Madagascar e dell’Australia, potrebbero essere state generate da un gigantesco tsunami prodotto da un impatto cometario nel sud dell’Oceano indiano, nel punto di coordinate 30°51’54” latitudine S e 61°21’54” longitudine Est, dove la profondità reale è di 4.144 metri, un fondale che qui non è una pianura liscia, ma è caratterizzato da enormi fratture, creste vulcaniche e scarpate sottomarine, una linea di frattura tettonica.

Il cratere di Burckle; problemi della cronologia e fisici

Il luogo dell’ipotetico impatto fu identificato in una vasta depressione sottomarina successivamente denominata Cratere di Burckle.

Secondo le ricostruzioni proposte dal gruppo, la struttura sarebbe stata prodotta dall’impatto di un grande corpo celeste avvenuto tra il 3000 e il 2800 a.C., una data sorprendentemente vicina all’epoca in cui compaiono le prime redazioni dei racconti mesopotamici del Diluvio.

Le simulazioni indicano che il responsabile avrebbe potuto essere una grande cometa, o il frammento principale di una cometa frammentata, con un diametro complessivo di alcuni chilometri. L’energia liberata dall’impatto sarebbe stata enorme, sufficiente a scavare sul fondale oceanico una depressione larga circa 29 chilometri e a generare tsunami di proporzioni eccezionali.

Per verificare l’età dell’evento, i ricercatori utilizzarono diversi indicatori indiretti:

  • carotaggi dei sedimenti marini nelle vicinanze della struttura;
  • datazioni al Carbonio-14 di materiali organici rinvenuti nei depositi costieri del Madagascar;
  • analisi geologiche delle dune considerate possibili tracce di megatsunami.

I risultati collocarono l’evento entro gli ultimi 5-6 mila anni, in una finestra temporale compatibile con il 2800 a.C.

Tuttavia esistono importanti problemi fisici.e interpretativi.

  • Burckle non è mai stato perforato né campionato direttamente. Mancano quindi le prove definitive normalmente richieste per classificare una struttura come cratere da impatto.
  • La posizione geologica della depressione: essa si trova in prossimità della Dorsale Medio Indiana, una regione caratterizzata da intensa attività tettonica. Molti geologi ritengono che la struttura possa essere il risultato di processi geologici naturali piuttosto che di una collisione cosmica.
  • Nei carotaggi sono stati inoltre identificati minerali profondi tipici della crosta oceanica e del mantello terrestre, un elemento che gli studiosi scettici considerano compatibile con fenomeni tettonici.
  • Lo scudo di oltre 4.000 metri di profondità dell’Oceano Indiano avrebbe smorzato l’energia a tal punto da rendere impossibile la generazione di un’onda capace di mantenere un’altezza di 180 metri fino all’Oman, situato a oltre 5.000 chilometri di distanza.

Un’obiezione ancora più significativa è legata non alla geologia bensì alla cronologia dei testi antichi.

Nell’Epopea di Gilgamesh il Diluvio è già presentato come un evento appartenente a un passato remoto e quasi mitico. Quando Gilgamesh intraprende il suo viaggio alla ricerca di Utnapishtim, il sopravvissuto al Diluvio, quest’ultimo è descritto come una figura appartenente a un’epoca lontanissima, separata dal presente da generazioni e generazioni.

Se Gilgamesh visse realmente intorno al 2700-2600 a.C., un cataclisma avvenuto nel 2800 a.C. sarebbe stato troppo recente per trasformarsi in una leggenda collocata in un passato indistinto. Sarebbe equivalso, per lui, a un avvenimento vissuto dai propri nonni.

Le obiezioni scientifiche e questa discrepanza temporale rendono estremamente difficile identificare il Diluvio sumero con l’ipotetico impatto di Burckle.

L’evento di Burckle potrebbe rappresentare un evento catastrofico reale ma niente a che fare col Diluvio primordiale conservato nella memoria delle grandi Tradizioni antiche.

Nel mio libro La Settima Piramide proposi un’ipotesi differente, basata sui Testi e sulle evidenze scientifiche: secondo la mia ricostruzione, la storia umana dal 10° millennio a.C. avrebbe conosciuto almeno due grandi eventi cosmici:

  1. un primo impatto in Oceano Atlantico intorno al 9650 a.C., associato alla crisi climatica dello Younger Dryas e alla distruzione di una precedente civiltà atlantica oggi presente solo nel Mito ma in modo errato;
  2. un secondo impatto, quasi 2 millenni più tardi e di intensità minore, localizzato stavolta nell’Oceano Indiano, o meglio nel Mare Arabico, capace di generare un’immensa inondazione della pianura mesopotamica e di lasciare il ricordo di quello che molte culture avrebbero tramandato come il Diluvio Universale.

Di questa ipotesi parlai anche in due precedenti articoli di questo Blog: il 5 ottobre del 2019, quando pochi giorni prima fu pubblicata una ricerca di un team dell’Evolutionary Studies Institute dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg su dei reperti in Sud-Africa; il 24 agosto del 2017 in occasione di una ricerca pubblicata il 7 novembre del 2016 su Göbekli Tepe.

Se la mia ipotesi è corretta il Diluvio non sarebbe dunque il ricordo di un evento avvenuto nel III millennio a.C., bensì la memoria deformata di una catastrofe molto più antica, risalente agli inizi della rivoluzione neolitica.

Nella prossima parte analizzeremo come le tradizioni mesopotamiche, indiane e iraniche descrivano il Diluvio e perché, nonostante le differenze religiose e culturali, sembrino conservare sorprendenti elementi comuni.

Emersa nuova prova che 10.800 anni a.e.v. un asteroide potrebbe aver colpito la Terra, alias: un caldo benvenuto alla Scienza!

ottobre 5, 2019

Nel mio libro “La Settima piramide” pubblicato nel 2014 come seconda edizione di “Oltre Eden” (1998), sulla base di Crizia e Timeo di Platone, di Esiodo, di Genesi, che, a sua volta, riprende Sumer, nonché di reperti dal ghiaccio della Groenlandia, affermai che nel 9650 a.e.v. nell’Atlantico centrale potrebbe essersi verificato un impatto cosmico molto importante, in pratica quello che spazzò via una Cultura atlantica fondamentale (in seguito diventata “Isola continente di Atlantide”), portando distruzione anche nel Mediterraneo.

[“L’analisi del rapporto isotopico dell’ossigeno e della velocità d’accumulo del ghiaccio ha mostrato ad esempio che in Groenlandia le temperature si sono innalzate rapidamente nell’arco di una decade alla transizione climatica fra la fine dell’intervallo freddo dello Younger Dryas e l’inizio del più caldo Olocene, cioè circa 11.600 anni prima del 1950, anno che è usato convenzionalmente come riferimento. Questa datazione corrisponde al 9650 a.e.v.”; “La Settima piramide”, pag. 192]

Inoltre, le principali fonti classiche mi indussero a pensare che quasi 2.000 anni dopo (8000÷7650 a.e.v.) un secondo impatto di categoria inferiore sarebbe avvenuto, ma stavolta nell’Oceano Indiano, determinando la memoria storica del cosiddetto “Diluvio universale” (tra virgolette perché “Diluvio” è una definizione notevolmente riduttiva degli effetti fisici di un impatto oceanico con un asteroide di diametro 300-1.000 mt in quel caso).”

Orbene, il 3 ottobre u.s. “notiziescientifiche.it” ha titolato:

“12.800 anni fa un asteroide potrebbe aver colpito la Terra, trovata nuova prova”
(cfr. https://notiziescientifiche.it/12-800-anni-fa-asteroide-potrebbe-aver-colpito-la-terra-trovata-nuova-prova/)

.. e scritto

“Nuove prove dell’impatto di un asteroide o di un meteorite che potrebbe essere avvenuto sulla Terra 12.800 anni fa sono state trovate da un team dell’Evolutionary Studies Institute dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg, guidato da Francis Thackeray. … I ricercatori hanno infatti ritrovato un notevole picco per quanto riguarda la quantità di Platino in un sito della provincia di Limpopo, In Sudafrica. […]”

YDryas

Lo scarto di meno del 9% tra le due datazioni, le mie prevalentemente basate sui testi classici, le altre solo sui reperti fisici, è reso irrilevante dalla periodicità degli impatti di categoria estintiva; infatti, 2.000 anni sono un tempo impossibile per eventi con periodo di circa 120.000 anni e di più rispetto a impatti come quello che provocò l’estinzione dei grandi Rettili, mentre sono compatibili con 2 eventi di diversa classe e con le differenti dinamiche descritte dai testi.

Questo dimostrerebbe ancora una volta che se i vantaggi del metodo scientifico stanno tutti nei riscontri “strumentali” oggettivi, che rendono il dato certo entro gli errori di misura, il difetto, di gran lunga più importante del vantaggio, sta nel ritardo delle conclusioni scientifiche oltre la durata di molte vite, sì che ciò che già si sapeva da migliaia d’anni, per le moltitudini resta a lungo confinato/dimenticato come Leggenda, o Mito, o peggio come Religione, con una perdita di conoscenza catastrofica.

“DECODING GÖBEKLI TEPE WITH ARCHAEOASTRONOMY: WHAT DOES THE FOX SAY?” by Martin B. Sweatman and Dimitrios Tsikritsis, 7 Nov. 2016

agosto 24, 2017

L’articolo in questione, lavoro dei due ricercatori dell’Università di Edinburgo, è stato pubblicato il 16 Marzo 2017 su “Mediterranean Archaeology and Archaeometry”, Vol. 17 e commentato su “altrogiornale.org” da Vittorio Sabadin lo scorso Maggio (lastampa.it) col titolo “La fine del mondo c’è gia stata: lo svela la stele dell’Avvoltoio“.

Ed eccone la traduzione dell’abstract:

“Abbiamo interpretato molto del simbolismo della stele in termini di eventi astronomici. Confrontando i bassorilievi di alcune stele a Göbekli Tepe con costellazioni stellari troviamo interessante evidenza che la famosa Pietra Vulture è una data per il 10950 BC ± 250 anni, che corrisponde bene all’evento Younger Dryas, stimato al 10890 BC. Troviamo anche evidenza che una funzione chiave della stele era di osservare gli sciami meteorici e registrare gli incontri cometari. In verità la gente di Göbekli Tepe sembra aver avuto un interesse speciale nelle meteore Tauridi, le stesse meteore cui è stato addebitato l’evento Younger Dryas. Che la stele di Göbekli Tepe sia la ‘pistola fumante’ dell’incontro cometario dello Younger-Dryas e quindi del catastrofismo coerente?”

Ho contattato gli autori il 18 Agosto, scrivendo quanto segue, tatto dal mio libro del 1998 (la datazione bp, cioè “before present” è lo standard comunemente usato per intendersi nel mondo scientifico; la traduzione in Before Christ si ottiene togliendo al numero l’anno 1950):

Regarding the 9600 BC catastrophe, in addition to the ancient testimonies, there is also some modern scientific supporting element. The analysis of the isotopic ratio of oxygen and the rate of ice accumulation showed, for example, that in Greenland temperatures rose rapidly over a decade to the climatic transition between Younger Dryas’s cold end and the beginning of the hotter Olocene, that is about 11,600 years bp. This dating corresponds to 9650 BC (11600-1950 = 9650). Confirmations on this sudden climatic variation have also been found in the icebergs of Antarctica, where traces of an isocrone increase in the concentration of methane in the atmosphere have been found, meaning that the major methane producing areas of the world at that time, that is subtropical areas and generally medium and high latitudes, have been subject to increased precipitation and/or temperatures”

Tolta qualche discrepanza sulle datazioni (io stesso, nello scrivere ho fatto involontariamente un po’ di pasticcio tra bpe, bp e bc .. ma qui non si vede) sembrava che stessimo parlando quasi la stessa lingua; la differenza sostanziale era nel riferimento alle Tauridi, che sono responsabili del fenomeno ben noto delle “stelle cadenti”, meteore più o meno consistenti, dovute ai frammenti residui della cometa Encke, una cometa “gioviana” che si pensa fosse parte di una cometa più grande, spezzatasi tra il 3500 e il 1200 BC, parte della quale avrebbe causato distruzione in qualche punto del Medio Oriente (?bacino del lago di Umm al Binni in Iraq?). Tra lo Younger Dryas e l’età delle Tauridi c’era in effetti un bel po’ di distanza. L’antenato della Encke, a sua volta sarebbe stato un grossissimo bolide di ca 100km di diametro, entrato nel sistema solare circa 20-30.000 anni fa.

Nondimeno, nell’articolo si può anche leggere che in effetti la maggior parte della evidenza scientifica oggi conforta l’idea che l’evento Younger Dryas fu causato da un impatto cometario .. e su questo penso di non poter essere più d’accordo.

La loro gentile risposta è stata la seguente:

“Dear Sergio, thank you for contacting me. Perhaps there were two events, one at 10,900 BC and another at 9600 BC? Coherent catastrophism (see Napier and Clube) predicts events should have a cycle, in this case roughly every 1500 years, plus or minus a few hundred years. The scientific evidence I have seen suggests there might have been events both at the beginning and the end of the YD period. But much more and better quality data is needed before a conclusion on this matter can be made. Regards, Martin.”

A parte che sono io, come modesto investigatore del passato, a ringraziare loro per la cortese attenzione, come si può leggere, Martin Sweatman mi ha chiesto conferma della mia particolare “deduzione” che in effetti l’evento dello Younger Dryas fu solo il primo di due. Quanto a Napier e Clube, le cui ricerche sugli sciami meteorici mi erano note e sono citate già nella prima edizione del mio libro (1998), i cicli ai quali essi si riferiscono sono davvero brevi e di poco conto se comparati ai grandi eventi cometari o asteroidei. Martin continua dicendo inoltre che i dati scientifici non sono sufficienti a confermare che possano esserci stati eventi catastrofici all’inizio e alla fine dello Younger Dryas.

La mia risposta (22 Agosto), come può facilmente intuire chi conosce il contenuto di “La Settima Piramide”, è stata:

“Yes, my research says 2 events. […] the first catastrophic event, caused by a large asteroid fallen in the Atlantic ocean – would be in 9650+1950=11.600 BP, while the second event – caused by a smaller asteroid – very likely hit in the indian Ocean.
The first event would be responsible not only for the climate change recorded by ice in Antarctica, but also of almost the extinction of what I have called “The Atlantic Culture” (on each side of the Ocean with different characteristics, but nothing to do with Bimini for instance, probably sunken bacause of rising waters at the end of Riss-Wurm glaciation). Strong secondary effects we had in the Mediterranean, southern Europe and northern Africa. A rough descritpion of the second one would be found in Genesis and other memories of the past, that being the “Great Flood”, which was not a 150 days deluge covering the whole Earth of course, but a long persistent rain due to oceanic waters evaporation, while to cover the land was actually a tremendous Tsunami washing into it. My evaluations of data available on desktop say that this second event could be well dated “some time” after 9950 BP, where “some time” means that the more we move forward into this first century the higher the probability of another such event becomes because its frequency is estimated about 10.000 years. V. Clube’s interesting data about meteor shower complete the picture set up by comets, asteroids and meteor showers, where each one of this cosmic events has its own periodicity, but would have nothing to do with the those two major events, basing on the records that came to us and on relevant scientific data. I’m quite convinced that there isn’t much left to wait to see for ourselves. This is my theory of course, largely supporting the idea of migrations of peoples around the World, intermixing and conflicting of cultures etc…; I could be wrong, but I do not think so: 3 coincidences make a fact and here the number of coincidences is far above […]”

E adesso veniamo alla parte conclusiva del commento di V. Sabadin:

“La teoria che grandi civiltà del passato siano state distrutte da eventi catastrofici è suggestiva e spiegherebbe le grandi costruzioni le cui rovine sono state trovate sui fondali dell’Oceano, dove Platone collocava Atlantide, così come la «piramide» sommersa che si trova vicino all’isola di Yonaguni, in Giappone. Ma c’è da sperare che i cultori delle civiltà perdute non abbiano ragione: gli sciami di comete sono infatti periodici e secondo Hancock quello descritto nella stele di Gobekli Tepe potrebbe tornare nell’arco di qualche decennio. Meglio che l’autorevole e più rassicurante mondo accademico si affretti a rimettere ogni pietra, e ogni data, al suo posto.”

L’inizio sembra la citazione dal mio BLOG, ma sarà solo una coincidenza.

Quanto al resto, beh, che dire?! Platone non collocava affatto l’Atlantide sui fondali oceanici e per rendersene conto basta leggere i suoi dialoghi. La piramide sommersa di Yonaguni è stata probabilmente vittima di un bradisismo, analogamente a quanto accaduto nella attuale Baia di Abukir a Canopus ed Heracleion. L’alternativa che sia stata sommersa dall’aumento di 110mt del livello delle acque, come accadde probabilmente a Bimini, alla fine della glaciazione di Riss-Wurm non è però priva di fascino; ma su questo che cosa potrei dire senz’altro supporto che un po’ di nozioni e un altro po’ d’intuito?

Che uno sciame meteorico quale quello che portò rovina alla V Dinastia egizia possa ripetersi prima o poi non c’è dubbio, perché siamo di fronte a eventi periodici, ma in base ai miei studi ciò può attendere ancora molto tempo, mentre ciò che dovremmo davvero temere è il ripetersi tra non molto del secondo evento di cui parlo a M. Sweatman, un asteroide minore a distanza di 10.000 anni da quello che aprì le porte al Neolitico, con buona pace di Mr. Hancock.

C’è largo uso dei termini “probabile” e del condizionale da parte mia in tutto ciò; questo è dovuto al fatto che il “catastrofismo coerente” mi piace assai meno dell’uso intensivo dei riferimenti incrociati per tentar di ottenere un quadro, quello sì, coerente, fermo restando che la certezza matematica finora non l’ha nessuno.

La Colonizzazione Melanesiana dell’Atlantico

aprile 29, 2016

In “La Settima Piramide”, nel Capitolo intitolato “Storia e Memorie storiche”, per sottolineare  quanto i Moderni abbiano lungamente sottovalutato gli Antichi e per cominciare a introdurre le grandi Migrazioni come elemento sostanziale della formazione culturale dell’Uomo del Paleolitico, dico di come “… Tra altri, l’Antropologo brasiliano Walter Neves ha proposto che alcuni antichi colonizzatori del Sudamerica vennero dalla stessa ‘riserva’ da cui provennero gli Aborigeni australiani.”

L’articolo scientifico che tratta dei reperti brasiliani è uscito in seguito, nel 2005, il 20 Dicembre, 6 anni dopo la pubblicazione di “Oltre Eden”, prima versione di “La Settima Piramide”, ed è attualmente reperibile da questo link; altri collegamenti di Rete ne danno diversi riassunti a carattere divulgativo (Ritrovamento a Vermelha del fossile di femmina umana denominato Luzia).

Queste evidenze, insieme ad altri dati scientifici e/o culturali sono di concreto aiuto alla tesi che dietro i mitologici rapporti tra MU (la tanto leggendaria quanto impossibile isola continente del Pacifico) e Atlantide   (l’altrettanto leggendaria e impossibile isola continente dell’Atlantico) ci sia in realtà, come sostengo in “La Settima Piramide”, una catena migratoria, il cui ultimo anello pre-apocalittico fu la civiltà nord-africana che assai più tardi risorse come Egitto pre-dinastico.

Niente al Mondo è più interessante della … “Fine del Mondo”

novembre 12, 2012

L’Uomo ne combina di tutti i colori almeno da 11.000 anni, produce devastazioni inimmaginabili, contribuisce pesantemente alla distruzione delle Stagioni, allo scioglimento dei Ghiacciai che alimentano i fiumi i quali si riversano in Mare nel ciclo continuo della Madre Terra, inquina tutte le acque, sporca la Terra, per soldi porta le Torri di Babele del Mare addirittura fin dentro la Laguna di Venezia, ma … gli si stringe il culo quando giungono i momenti delle grandi profezie, come sta per giungere tra poco, il 21 Dicembre del 2012. Ebbene, ho deciso di dare un poco di speranza matematica al mio scarso pubblico pubblicando qui sotto uno degli ultimi capitoli del mio lavoro “La Settima Piramide”, quello che ho perfezionato nel 2001 e titolato “UNA NUOVA CATASTROFE DIETRO L’ANGOLO?!”.  Di tutto quello che c’è scritto però io suggerisco di tenere nella massima considerazione in particolar modo l’ultimo capoverso, in modo tale che, dovesse mai verificarsi davvero il 21 Dicembre il promesso evento, almeno coloro ai quali toccherà non s’ingrugnino più di tanto.

«Se l’interpretazione della Sfinge qui fornita è corretta, diecimila anni dopo  l’epoca da essa indicata significherebbe che dovremmo aspettarci un nuovo impatto nel periodo tra il 2010 ed il 2020.
I ricercatori hanno sviluppato elenchi di avvicinamenti al nostro pianeta di corpi astrali di varie dimensioni, a varie distanze e con vari indici di pericolo. Una tale lista, aggiornata al 20 Giugno 2001 , mostra almeno 250 passaggi tra il 2006 e il 2020.
Ricordando ad esempio che il 7988 a.e.v. implicherebbe il verificarsi di un successivo impatto decimillenario nel 2012 e.v., osserviamo cosa prevede quella lista per il 2011-2012 (Tabella 5 e Tabella 6, omesse) …… Verso il 2020, Skyglobe mostra ancora delle configurazioni interessanti – una particolarmente nel 2019 (cfr. Figura 32, omessa) …………. Per il 2019, ecco un articolo, interessante non solo per la criticità ma, anche  e soprattutto, per le conclusioni, apparso su “La Stampa” del 25 Luglio 2002, a cura di Maurizio Molinari, corrispondente da New York:

Un asteroide in collisione con la Terra nel 2019; con un diametro di 2 km, potrebbe distruggere un continente – Nella notte fra l’8 ed il 9 luglio i due astronomi che lavorano e vivono solitari nella piccola struttura del Lincoln Near Earth Asteroid Research Project, nel deserto del New Mexico, hanno osservato per la prima volta un asteroide gigante, di circa 2 km di diametro con un’orbita di 837 giorni intorno al Sole. Come avviene in questi casi il primo compito è stato quello di calcolare il rischio di impatto con la Terra. Sono state necessarie duecento misurazioni in poco più di dieci giorni per arrivare ad una conclusione scientificamente credibile e la data prevista è vicina come mai prima, il 1° febbraio 2019, fra soli 17 anni. Mai un asteroide è stato identificato nel cosmo in una rotta di collisione con l’orbita della Terra così breve. Mark Mulrooney, uno dei due astronomi del Lincoln Site, ha avvisato la Nasa e da una settimana il nuovo asteroide – denominato 2002 NT7 – è braccato 24 ore su 24 dai telescopi dell’intero Nordamerica. La conferma del rischio per il nostro Pianeta è venuta con la classificazione dell’asteoride in base alla ‘Scala Palermo’, che misura la distanza dalla data di impatto: per la prima volta il dato numerico – 0,06 – è in positivo, indicando che l’impatto è possibile. Nella necessità di ottenere più informazioni possibili sui movimenti nel cosmo del gigantesco composto di materia la Nasa ha chiesto e ottenuto, il contributo del Centro di osservazione dell’Università di Pisa. Il 1° febbraio del 2019 l’impatto dovrebbe avvenire a una velocità di 28 chilometri al secondo, sufficiente a spazzare via un intero Continente e a modificare il clima sulla Terra per le prossime generazioni, mettendo a rischio molte forme di vita e causando cambiamenti catastrofici per la popolazione. La Nasa non nega il rischio potenziale, ma la possibilità che l’impatto avvenga davvero – aggiunge – ‘è minima’. Un oggetto di queste dimensioni è possibile che colpisca la Terra una volta ogni alcuni milioni di anni. Dalle rilevazioni che continuiamo a fare sembra che la minaccia sia destinata ad allontanarsi, ha dichiarato Donald Yeomans, portavoce del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California. ‘I prossimi diciotto mesi’ afferma ancora la Nasa, ‘saranno decisivi per determinare se 2002 NT7 possa davvero sconvolgere la vita sulla Terra’. Resta il fatto che il rischio d’impatto mai era stato così alto sulla Scala Palermo e per la Nasa si tratta del secondo allarme in poche settimane: nel mese scorso infatti un altro Telescopio privato aveva scoperto che un asteroide grande quanto un campo da calcio era passato tre giorni prima a circa 135 mila chilometri dalla Terra – una distanza molto ravvicinata in termini astronomici – senza che nessuno se ne fosse accorto. La combinazione fra i due eventi dà modo ai centri di osservazione privati degli Stati Uniti – presenti soprattutto in New Mexico e Nevada – di rilanciare la polemica contro l’amministrazione Bush per aver deciso lo scorso anno di tagliare i fondi pubblici ai telescopi che scrutano lo spazio e anche alla Nasa. ‘Se avessimo avuto un telescopio ancora funzionante forse questo asteroide lo avremmo visto anche noi’, si lamenta la portavoce dell’Apache Point of Observation, sottolineando che ‘il taglio dei finanziamenti ha avuto un impatto brusco sull’attività dell’intero settore’. La polemica è aspra perché fra gli astronomi è forte la convinzione che sia necessario procedere in direzione opposta ai tagli al fine di iniziare a studiare metodi e strumenti per tentare di intercettare e neutralizzare un asteroide qualora la collisione diventasse inevitabile. ‘La domanda sull’impatto di un asteroide non è se ma quando avverrà’, spiega Leon Jaroff della Nasa Ames Space Science Division, ‘e alcuni scienziati a Los Alamos e ai Livermore National Laboratories stanno già immaginando una varietà di sistemi di difesa, come usare esplosioni nucleari artigianali per polverizzare gli asteroidi o deviarne il corso’. ‘Prima o poi è assolutamente certo che ci troveremo di fronte un oggetto in rotta di collisione’, conferma l’astronomo Benny Peiser, dell’Università di Liverpool, in Gran Bretagna, ‘e dunque dovremo tentare di abbatterlo: serviranno almeno trent’anni di lavoro scientifico per riuscirci, dunque prima si inizia a farlo, meglio è. Se l’impatto fosse nel 2019 non saremmo più in tempo’“.

La distribuzione dei passaggi ravvicinati tra il 2013 e il 2020, secondo la lista del 2001, è  riepilogata nella Figura 33 (omessa).
Un dato da notare circa le tabulazioni degli “incontri ravvicinati” è che i dati in esse contenuti sono suscettibili di variare con le nuove osservazioni.
Ad esempio, se si guarda una lista più recente vi si potrà vedere che l’incontro con 2001 GP2, previsto per il 4 Ottobre 2020, non sarà più a 0,007977 UA , ma a 0,0035 UA, ossia circa a metà distanza.
Parimenti, circa l’incontro con 2002 NT7, previsto, come già detto dal precedente articolo del 2002, per il Febbraio del 2019, non ci sono ancora sentenze definitive, contrariamente a quanto promesso dalla NASA.
Da ciò deriva qualche perplessità circa l’assicurazione dei circoli scientifici che “la probabilità che uno di questi oggetti colpisca la Terra nel prossimo futuro è pressoché zero”, oppure che sia “estremamente improbabile che un oggetto non ancora scoperto colpisca la Terra nei prossimi 100 anni”. Tra l’altro, se non è ancora stato scoperto, su che basi se ne esclude la possibilità della collisione con il nostro pianeta, visto che le collisioni periodiche sembrano essere un dato fisiologico dell’Economia cosmica?!
La realtà è che lo spazio è almeno sferico, che osservarlo a tutto campo è almeno difficoltoso, oltreché estremamente costoso (perciò deve essere così facile per i politici scegliere tra finanziare una guerra oppure una ricerca di questo tipo!), che conoscerlo nelle sue vere profondità è almeno impossibile e che dunque ogni genere di garanzia è almeno antiscientifica se non proprio ridicola di fronte al più onesto concetto di Probabilità.
In effetti, tutto il ragionamento sui corpi astrali censiti è stato fatto per completare un panorama di possibilità; infatti, le possibilità d’impatto possono derivare tanto da corpi non ancora censiti e che si avvicinano non visti fino all’ultimo, quanto da quelli censiti, direttamente o per delle complicazioni inaspettate.
Circa il “dove potrebbe verificarsi un nuovo impatto?!”, a meno di affidarsi alla non-certezza delle solite profezie – in alcune delle quali l’Europa non se la passa molto bene – o di avere la sfera di cristallo o di conoscere esattamente anzitempo le caratteristiche balistiche del proiettile, si può solo fare qualche ragionamento di tipo probabilistico.
A questo riguardo, occorre tener presente che un impatto oceanico di un asteroide delle dimensioni aspettate (300m-1km di diametro), pur determinando un imponente maremoto e alterazioni climatiche di qualche importanza, tuttavia non avrebbe le conseguenze catastrofiche di un impatto terrestre, estremamente più grave a livello globale per le conseguenze sull’atmosfera.
Ciò detto, qualche linea guida potrà essere ottenuta analizzando la distribuzione relativa di terre emerse ed oceani lungo i paralleli. Le probabilità d’impatto deriveranno direttamente da quella distribuzione.
Assumendo la Terra come sfera perfetta di raggio 6372km., si ottiene il quadro della Figura 34 (omessa) …….. Una considerazione conclusiva importante: la nostra concentrazione sul futuro molto prossimo si basa sull’ipotesi che la Sfinge rappresenti la Costellazione del Leone che sorge lentamente da sotto l’orizzonte guardando il Sole equinoziale, ma è necessario ribadire un concetto già esposto a proposito della sopravvivenza degli “archivi storici” di Atlantide, cioè che anche se quest’ipotesi fosse pura fantasia non sarebbe tuttavia fantasia l’aspettativa dell’impatto in qualche momento tra oggi e un domani non troppo distante, perché o un secondo impatto c‘è stato poco dopo l’8000 a.e.v., oppure una vena di profonda follia autolesionista è corsa in modo singolarmente omogeneo  e rapido per tutta l’Umanità quando telefoni ed Internet erano millenni di là da venire e la specie aveva interessi assai più pressanti del cooperare su una balla tanto internazionale da poter essere definita globale.
Comunque, se la Galassia cambierà comportamento per qualche ragione, mettendo in dubbio l’impressione di assoluta regolarità lasciata in Enoch, forse non sarà il bolide da 1 km a minacciare la Terra oppure uno di quelli più grossi; forse – e auspicabilmente – sarà nessuno per 1 miliardo d’anni .. forse!
È triste però constatare che dopo 4 milioni d’anni d’Evoluzione, il futuro della vita sulla Terra è un’alea così implacabile da indurre ad affermare – e questo senza ombra di dubbio – che l’Uomo è davvero un ben misero custode.»

MA CHE AVEVA DA FARE FARE ULISSE NEL TIRRENO?!

agosto 28, 2012

È noto che se prendiamo alla lettera il racconto dell’Odissea quel che ne viene fuori non è una peregrinazione ma un poco credibile garbuglio, assai ben rappresentato dalla figura seguente (Hans-Helmut & Armin Wolf, 1968).

Forse però qualcosa di vero c’è nei racconti del vecchio Aedo e allora, come corollario di “La Settima Piramide”, specificatamente per la parte che vi ho dedicato alla cartografia antica e ai viaggi della remota Antichità nel contesto della questione delle “Colonne d’Ercole”, quell’Antichità troppo spesso giudicata con alterigia dalla più disonesta moderna Tecnocrazia, lo scorso Aprile mi son voluto divertire un poco a indagare la verosimiglianza del racconto sulla base sia dell’Odissea classica sia dei pochi riferimenti oggi immediatamente disponibili su quell’epoca, cioè sul XIII secolo a.e.v.. Quali parti del racconto possono essere Storia e quali pura fantasia?! Cosa ci può essere di volta in volta dietro l’infantile “capriccio degli Dèi”?! Non posso qui neanche riepilogare l’esercizio che ho svolto, anche se svolto in 19 pagine soltanto per puro divertimento e provocazione, perciò riporto solo la conclusione, descritta nella figura qui sotto.

Come ho scritto in “La Settima Piramide” e anche in qualche parte di questo BLOG, mi preoccupo più di aver servito bene gli Antichi, che onoro sopra ogni cosa, piuttosto che dell’opinione dei moderni, troppo spesso portati dall’influenza delle droghe tecnologiche a prendere le storie dell’Antichità come filastrocche per bambini, roba da ascoltare senza alcun impegno intellettuale e anche per riderci un po’ sopra. In questo un ottimo lavoro di “damnatio” è stato fatto anche e soprattutto dalla secolare ignoranza superstiziosa e dall’arroganza e fanatismo della Chiesa.

Comunque, questa .. “teoria” non toglie nulla del fascino epico dell’Odissea; il rapporto con l’elemento divino è infatti soltanto il prodotto di un punto di vista diverso, di quando i fatti erano visti come componenti di un Mondo magico .. il che forse era anche meglio. Considerare il Ciclòpe come un’anomalia genetica con un simbolo in fronte anziché come un gigante con un occhio solo, Èolo semplicemente come l’insieme degli elementi meteorologici, Circe, le sirene, Scilla e Cariddi e la Trinachìa come ricordi mitizzati di esperienze di navigatori fenici o cicladici del secondo millennio a.e.v. non basta a togliere dall’Odissea gli ultimi aspetti, in definitiva i più importanti: il Destino e la Nemesi.

ANIMALI E BESTIE

luglio 28, 2012

Molte le notizie odierne interessanti; la migliore è che l’Italia, rappresentata dallla grande Federica Pellegrini, sta procedendo a lunghi passi verso l’ORO olimpico, la peggiore, quella terribile, quella che stabilisce nettamente la differenza tra Animali e Bestie, viene ancora dalla Britannia ed è questa:

“Filmato choc diffuso dagli animalisti britannici della Rspca, organizzazione per la protezione animali. Risale a agosto 2011 quando nel giardino di una casa dello Staffordshire hanno trovato due cuccioli di cane sepolti vivi. Respiravano ancora quando gli animalisti li hanno tirati fuori, ma non ce l’hanno fatta a sopravvivere. Ora i responsabili di quell’orrore sono stati condannati a 25 settimane di carcere, e il filmato è stato per la prima volta diffuso sul sito degli animalisti. (RCD-CORRIERE TV)” (cfr. Corriere.it)

Che dire di fronte a questo, se non che una condanna a 25 settimane e la proibizione di possedere animali mi sembra una sanzione risibile?! Verso la fine degli anni ’80 intervenni alla Radio nazionale per contestare l’impunità a norma di legge di un volgare assassino di cani che, ubriaco, strangolò al traino della sua macchina un Husky ben tenuto dall’Ostello del Gran Sasso d’Italia; solo 2 anni fa estrassi da un bidone di spazzatura 7 cuccioli in quel di Ricadi e sono diversi anni che critico pubblicamente il Comune di Vibo Valentia – e non solo quello – per il modo incivile col quale amministra il Canile municipale,dal che si può agevolmente dedurre che tutto il Mondo è Paese, tranne probabilmente il Kalahari e il deserto australiano, ma si deve anche constatare che violentare in quel modo bastardo degli esseri viventi in quell’estremo grado di innocenza e di debolezza agli occhi della Magistratura europea non appare ancora oggi più grave del pigliare a mazzate la bicicletta del vicino. Una società che ammette questo FA SCHIFO!

Qualcuno potrebbe osservare che tutto ciò non pertinente all’argomento di questo sito, cioè fondamentalmente l’Antropologia e nella sua fattispecie l’Atlantide e le sue implicazioni, ma io dico invece che lo è, così come secondo me sono assolutamente pertinenti le altre notizie di oggi sui grotteschi battibecchi dei nostri politicanti cialtroni intorno alla Legge Elettorale che dovrebbe sostituire la Porcata anti-democraticaCalderoli”, cialtroni tutti tesi al proprio interesse di Partito, e quindi personali, piuttosto che all’interesse collettivo. Infatti, in un contesto sociale così fortemente degradato da Finanza, Commercio e Industria cos’è più consequenziale della vigliaccheria di 2 pezzi di merda che seppelliscono vivi dei cuccioli di cane?! cosa potrebbe impedire ai suddetti pezzi di merda, o a quel bastardo del Gran Sasso, di fare lo stesso con dei cuccioli umani?! e questo è dire tutto! 25 settimane?! 25 anni sarebbe ancora troppo poco, ma naturalmente non possiamo dimenticare che nell’ipocrita e clericale Società di oggi, la Giustizia conta meno del 2 di Coppe quando regna Bastoni

NASA dice: 2012 EG5 in arrivo il prossimo 1 Aprile; ombrelli pronti?!

marzo 22, 2012

Se andate su NASA.gov vedrete che questa faccenda non è una bufala; il rapporto NASA, corredato di tutti gli elementi possibili, è del 22 Marzo u.s..
La distanza minima stimata dovrebbe essere raggiunta l’1 Aprile alle 09:41 (TDB) e pari a 0.00153238529564363 U.A., ovverosia 229.242Km contro i 384.000 della distanza Terra-Luna.

Farà “vento” a Terra e Luna?! oppure per qualche misterioso e inaspettato turbine gravitazionale ci cascherà addosso … o, nella migliore delle ipotesi, colpirà invece il nostro grande generoso satellite (certo non nuovo a simili esperienze)?! Ai Posteri l’ardua sentenza!

In fin dei conti questo pare che sia un sassolino di soli 60 metri di diametro, appena doppio di quello della Tunguska (Siberia 30 Giugno 1908, 54.000 Km/h, esplosione a 8.000 metri di altitudine, Energia stimata pari a ca 10-15 Megatoni, ossia 770-1150 Hiroshima, effetti sismici a 600 km dall’impatto, acustici a 1.000 km, ottici a lunghissima distanza, 60 milioni di alberi abbattuti etc.etc… come si può Wikileggere). Per la barba di Giove, se potesse scegliersi un bersaglio .. politico come dico io!

2 Aprile 2012

Il sassolino è transitato e se ne è andato per i fatti suoi! alcuni si sono meravigliati che i giornali non ne abbiano parlato affatto, qualche spocchiosa superstar aveva detto “meno male che non ne parlano sennò poveri noi” (vogliamo parlare dell’umiltà della “Scienza”?!) senza considerare che di questi tempi i problemi sono talmente altri e talmente grossi che nemmeno per la “scarsa” intellighenzia giornalistica valeva la pena di dare attenzione a una cosetta che la NASA definiva già da nulla – beata fiducia nella potenza della formula che sottomette l’Universo intero! – nemmeno come mezzo di distrazione di massa. D’altronde, perché aspettarsi l’inaspettato se a trascurare il termine n-esimo si fa meno fatica che a tenerne conto ed è infine anche più .. gratificante?!

Su tutte le sciocchezze megagalattiche di ARMAGEDDON si erge la potente baritonale frase introduttiva: “It happended once, it will happen again; it’s just a question of when”. Ma infine cosa importa?! non ci sono forse i … “potenti” mezzi dell’ … Homo Sapiens Sapiens?!

Dal Governo mi guardo io, dagli Asteroidi mi guardi Iddio (o la cosa volgarmente chiamata così)

marzo 17, 2012

Nell’Aprile del 1999, Steven N. Ward e Erik Asphaug dell’Institute of Tectonics, University of California, Santa Cruz, pubblicarono su ICARUS  l’articolo Asteroid Impact Tsunami: A Probabilistic Hazard Assessment.

Il lavoro spiegava molto bene in parole e formule non solo il rischio in termini di probabilità di uno Tsunami (maremoto) causato da impatto asteroideo/cometario, ma anche i suoi effetti spaventosi.

Naturalmente, si tratta sempre di modelli previsionali matematici, ossia soggetti a un certo numero di semplificazioni, ma in questo caso tali semplificazioni non sono tali da compromettere il quadro risultante.

Non starò a riportare qui tutti i passaggi e il formulario matematico; siccome una immagine dice più di mille parole, riporterò anzitutto il grafico conclusivo, quello in cui si rende visivamente l’effetto dell’impatto in Oceano, su una profondità di 4.000 metri, di una massa di 200 metri di diametro, alla velocità di 20 km/sec. Il grafico mostra efficacemente l’evoluzione del fronte d’onda fino a 5 minuti dall’impatto, quando l’altezza dell’onda è a circa 325 metri a una distanza di 50km dall’epicentro.

 

Il secondo grafico che mostrerò è la mia traduzione grafica della loro tabella di accrescimento dell’Energia sviluppata, in funzione della dimensione in metri del corpo astrale. 

Per rendersi meglio conto di che cosa significa questo grafico (le barre azzurre sono valori interpolati), dovrebbe bastare ricordare che le bombe di Hiroshima e Nagasaki svilupparono rispettivamente 13 e 25 Chilotoni, ossia l’Energia di decine di migliaia di tonnellate di TNT (Trinitrotoluene o Tritolo), mentre nel caso dell’impatto stiamo parlando di Gigatoni, ossia di miliardi di tonnellate equivalenti di TNT e che il più piccolo asteroide preso in considerazione, quello da 25 metri di diametro, svilupperebbe un’Energia pari a 

(0,00145*106) Chilotoni=1450 Chilotoni=111,53 Hiroshima 

Per l’asteroide del grafico di accrescimento dell’onda, cioè quello da 200 metri, il conto è presto rifatto: 

(0,743*106) Chilotoni=743.000 Chilotoni=57.154 Hiroshima 

Gran parte di tutta questa Energia si scaricherebbe sulle coste prossimali con un’onda ulteriormente accresciuta dalla diminuzione progressiva della profondità del fondale marino.